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OMERO - ILIADE di Alessandro Baricco

Domenica, 15 Novembre 2020 09:34 Scritto da  ELIO SPADA

Per una donna di Sparta
radunarono una grande spedizione
e poi, giunti in Asia,
abbatterono la potenza di Priamo.
Erodoto – Storie, 1; 4

 

C’è una guerra a Troia. Le porte Scee da dieci anni si spalancano spesso per far uscire l’esercito dei Teucri, e si richiudono per assistere a sanguinose battaglie nel cui fragore, come immagina Roberto Calasso, “I guerrieri achei avanzano con i corpi bianchi sino alle cosce, incrostati di polvere” mentre “Gli zoccoli massicci dei cavalli sollevano nubi di polvere verso il cielo di bronzo”. Tutto a causa di una donna. Non è vero ma è opinione comune che sia andata così. Anche Baricco. Che, nonostante le continue descrizioni di stragi e ammazzamenti, ne dà una lettura antimilitarista. Ha ragione. Per questo nella “Postilla sulla guerra” spiega che il capolavoro omerico è insieme “… un monumento alla guerra, la memoria di un amore ostinato per la pace”
È anche un testo quasi femminista: “…sono spesso le donne a pronunciare, senza mediazioni, il desiderio di pace.”
Ecco. Nonostante la buona volontà ho incominciato dalla fine. Forse perché è proprio dalla postfazione che emergono i pregi dell’opera temeraria di Baricco: realizzare e (se possibile) vendere una specie di Bignami dell’Iliade. Un riassunto schematico, insomma, da leggersi in pubblico Sarebbe come cimentarsi in una sintesi dell’Eneide o della Divina commedia. Eppure ci è riuscito bene. Però senza quella illuminante Postilla, sarebbe stato un brutto flop. Ma la Postilla c’è e salva quasi [rpt. quasi] tutto offrendo un senso all’impresa.

Un’impresa che parla anche di una seconda guerra. Una guerra fratricida, una guerra nella guerra che si svolge nel campo acheo. Anche questa nasce a causa di una donna: Anzi, di due. Criseide e Briseide rappresentano i pomi della discordia e dell’”ira che infiniti addusse lutti agli Achei”. Incipit più che famoso ma che con raffinata protervia, Baricco perfidamente ignora. E fa bene perché 3200 anni dopo l’evento, parlare di “augelli” e di “orrido pasto” fa un po’ ridere. Ma non dura a lungo e allora ecco “…le divine quadrella…” trasformate in “…molte frecce”. Vi pare il caso?
Oops! Siamo di nuovo all’inizio. Insomma stiamo navigando a vista, non c’è una rotta. Mi viene in mente Dante: “…nave sanza nocchiere in gran tempesta” (Purg. - VI). Meglio tornare a volare basso. Procediamo a caso e a singhiozzo.

Calcante, l’indovino, rischia la pelle quando suggerisce che la hybris di Agamennone e la sua arrogante pretesa sulla schiava di Achille potrebbe essere la causa dei mali che da tempo affliggono il campo acheo. Calcante attira su di sé l’ira del re dei re che lo apostrofa come “profeta di sciagure”. Mai visto un profeta che abbia annunciato eventi fausti: solo stragi, ammazzamenti, carestie, apocalissi. Altrimenti che profeta sarebbe? Anche per questo, in genere, non vengono ascoltati. Cassandra ne sa qualcosa. Agamennone, inevitabilmente, non gli dà retta. e Achille si rifiuta di combattere. E i teucri “domatori di cavalli” fanno fuoco e fiamme. E Apollo fa piovere peste e piaghe nel campo dei greci.

Apollo? Ecco un’altra caratteristica (annunciata) e discutibile dell’opera di Baricco: l’assenza pressoché totale del divino. L’Iliade (quella di Omero) pullula letteralmente di divinità. Anche se dal volto più o meno umano. Giove e il suo codazzo di cortigiani immortali sono in tutto e per tutto identici agli uomini che guardano dall’alto dell’Olimpo. Ne hanno i difetti (soprattutto i difetti) e qualche pregio. L’unica differenza è che sono immortali. E dunque, nel poema omerico, svolgono un ruolo fondamentale di protagonisti intervenendo direttamente nelle vicende belliche a indirizzarne gli esiti. Addirittura vengono a volte feriti dalle armi degli eroi umani che agiscono sotto le mura assolate di Troia. La guerra che si combatte sulla Terra e il riflesso degli eventi guerreschi che si svolgono in cielo.

La differenza è che lassù non ci sono morti. Solo feriti leggeri. Però senza divinità in campo l’Iliade non è comprensibile. O meglio, lo è solo in parte. Ma Baricco ha cancellato quasi totalmente la presenza divina dalle vicende di Achille, Ettore (si dovrebbe pronunciare Ettòre) e Ulisse. Non basta citare Lukàcs per pararsi il culo. Né sostenere che “l’Iliade ha una sua forte ossatura laica”. È vero, ma ne ha anche una altrettanto fortemente religiosa. Il risultato può piacere o no, ma è, quella di Baricco, un’opera alla quale manca qualche cosa di significativo. Certo espellere gli dei dal mondo fa risaltare il ruolo dell’uomo. Ma un’umanità priva di dei non esiste e soprattutto, non esisteva nel XIV secolo ante Christum natum. Come hanno magistralmente spiegato Jung e Hillman, gli dei tornano sempre. Proprio come farà Ulisse con la “sua petrosa Itaca”.

Continuando a spigolare: Ci vestimmo con le armi tremende.” Monti aveva tradotto con un ben più pregnante “orrende armi”. Tremende; orrende. Manca, alla versione di Baricco, il riverbero della classicità latineggiante ben evidente nella lezione montiana. Ascoltate Tibullo, sì proprio quel Tibullo. Quello delle nostre prime, barcollanti traduzioni dal latino sui legni disadorni di una scuola che affidava ogni parola scritta non a ticchettanti tastiere e lucidi monitor cosparsi di liquido cristallo bensì a quaderni, penne e calamai. Tibullo, dicevo, autore di una famosa elegia antimilitarista il cui incipit si/ci chiede: “Quis fuit horrendos primus qui protulit enses?” Concludendo con disperata amarezza: “Quam vere ferreus ille fuit.” Horrendos…enses: Non tremende, le armi, ma orrende. Ed etimologicamente anche sublimi, meravigliose. Quel “tremende”, perfetto sinonimo, è però anche ridotto in Baricco a espressione verbale di scarso e appena tiepido pathos.

Ancora: “Fammi tornare sano e salvo alle navi, dea amica…” A Baricco è forse sfuggito il senso profondo, addirittura rivoluzionario, di cui è foriera l’invocazione di Ulisse nella versione di Vincenzo Monti: “Or tu benigna più che prima, o Dea, dell’amor tuo m’affida, e ne concedi glorioso ritorno…”. Ulisse non chiede solo salvezza e successo nell’impresa come riconoscimento dei numerosi e preziosi sacrifici officiati spesso in onore della divinità. Anche se le promette di sacrificare una giovenca di un anno. Ma lo fa chiedendo ad Atena un atto di amore (“…dell’amor tuo m’affida…); di amarlo, insomma, come non lo aveva mai amato prima. L’invocazione di Ulisse e il sentimento che la sostiene sono di impressionante modernità. Ma l’itacense, colui che riesce sempre a ritornare come dimostrerà il poema omerico successivo, non dimentica di aver invocato l’amore di una dea e proprio per questo non vuole, almeno in questa occasione, macchiarsi le mani di sangue sia pure nemico. E durante l’incursione nel campo tracio, si astiene dalla strage e lascia tutto il lavoro sporco a Diomede. Il quale non si pone problemi morali e ne ammazza tredici nel sonno. Il quattordicesimo, la “spia” Dolone, era già stato decapitato all’inizio dell’incursione. La fuga e il rientro al campo acheo costituiscono la storia di un trionfo.

Il resto dell’opera baricchiana (si può dire? Però è brutto.) procede, mi pare, senza troppe scosse. D’altro canto non si tratta di un thriller. Sappiamo da quasi 3000 anni come è andata a finire. Achille tornerà in campo a vendicare il sangue di Patroclo. L'”ira funesta” del figlio di Teti e Peleo (Achille è sempre, costantemente, profondamente incazzato) passerà con divina indifferenza dagli Achei ai Troiani. Ettore cadrà per mano del re dei Mirmidoni. Molti eroi cadranno. Anche Troia. Elena sarà restituita a Menelao. Agamennone tornerà a casa scoprendo che il suo elmo è irto di corna (10 anni son lunghi). Ulisse, secondo Pindemonte,“molto errò poi ch’ebbe a terra gittate d'Ilion le sacre torri.” Ma questa è un’altra storia.

Ultima modifica il Domenica, 15 Novembre 2020 09:37
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