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PARIDE DELLA TORRE E LA VALSASSINA

Mercoledì, 11 Novembre 2020 06:42 Scritto da  ELIO SPADA

È sempre l’introbiese Arrigoni, senza dubbio il più noto e importante storico della Valsassina, ad informarci che “Paride Cattaneo Della Torre nacque in Primaluna da Galeazzo nel 1551 e vi morì nel 1614. (...) Appasssionato amante della sua valle e ambizioso di discendere dalla celebre famiglia Della Torre, la sua lunga vita impiegò a raccoglierne quante memorie poté.” (G.Arrigoni: “Documenti inediti risguardanti la storia della Valsassina e delle terre limitrofe”. Il testo di cui ci stiamo occupando è reperibile qui: https://books.google.it/books?id=jwAHAAAAcAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false)
Non è certo elogiativo il tono dell’Arrigoni nei confronti di Paride Cattaneo, come si deduce da una sferzante valutazione stilistica delle opere del segretario del vescovo di Modena (anche questo incarico ricoprì il rampollo di Galeazzo Torriano) le cui opere sono valutate “...senza lume di critica” e vergate “con lingua scorretta e stile stentato.” Anche se con vigorìa torrenziale visto che il Nostro produsse (parole autografe) “...ben cento cinquanta trattati sopra diverse materie et belli discorsi con più di cento sermoni et cronache...”

Di questo magnum opus sono giunti a noi solo pochi scritti fra i quali una “Cronaca dei Torriani e Descritione della Valsassina” dedicata, come rivela l’Arrigoni che l’ha annotata, “...al nob. Francesco Torriani di Milano colla data «Primaluna X febbraro 1571»”.
All’Arrigoni e agli odierni lettori di Valle Saxina, può interessare invero solo l’ultima parte di quest’opera dal taglio più da zibaldone che enciclopedico; vale a dire il capitolo riguardante la citata “Descritione della Valsassina”.
Intento esplicito del Cattaneo è quello di approfondire temi, argomenti, storie, situazioni, la cui trattazione è in genere caratterizzata da disordinata trascuratezza quando non maltrattata da “tanti degni cosmografi, historici et chronisti” i quali “rendono alcune volte tedio a lettori”.

Paride Cattaneo parte da lontano. Addirittura dai “Galli Insubri, o Cisalpini”, per descrivere “una certa valletta qual sempre da tutti Valsassina è stata detta”. Dopo averne definiti e descritti i confini, compresi fra “la valle Torta, terra delli Illustrissimi Venetiani, ultima del Bergamasco, et in parte la terra di Avolaso et Vedeseta, che parimente sono sudite al stato di Milano” il nostro autore si lancia in un’ardita escursione archeo topografica, trattando delle origini antiche di Lecco dove, nel rione oggi chiamato Castello, si trovano «segni et vari vestigii che quivi fosse già fondato una città”, quella che secondo alcuni, era l’antichissima Liciniforo. Il che, sostiene il Della Torre, troverebbe conferma nel fatto che “molti authori ne tratano et affermano questa esser stata Liciniforo dalli Orobj edificata et questi tali citano Cattone, registrandolo Plinio nel terzo libro al decimosesto capitolo”. Nonostante il sostegno delle auctoritas latine, la questione dell’origine di Lecco è stata a lungo dibattuta senza risultati concreti.

Affronta anche Paride, alcune righe più avanti, la vexata quaestio legata all’origine dei nomi di località e in particolare del toponimo riferito alle Alpi e Prealpi Orobiche. Secondo il Torriani il termine deriverebbe dall’unione dei lemmi greci ωροδ (oros, montagna) e βιος (bios, vita, dunque abitante) e quindi “Orobio vol dire figliol di monte o habitator di monte”. Dunque gli Orobi altro non sarebbero che, per definizione, montanari. Troverà spazio, pur se non conferma, questa tesi anche in altri studiosi fra i quali il nostro Giuseppe Arrigoni che nel primo capitolo della sua opera storiografica “Notizie storiche della Valsassina e delle terre limitrofe...” annota, a proposito degli Orobi, che “Alcuni li vollero Greci, dietro l’etimologia del nome.”

Procede poi lo scritto di cui stiamo trattando, diffondendosi in descrizioni geo topografiche della valle e dei suoi centri abitati configurandosi quasi come una guida turistica ante litteram dalla cui consultazione potrebbero trovar giovamento gli adepti dell’arte alieutica, visto che in Valsassina scorre un fiume “che Piuverna si chiama” nelle cui acque “si ritrovano dieci sorta di pesci, tra quali la truta pesce saporitissimo ottiene il principato.” Le parole del rampollo di Galeazzo De’ Torriani trovano conforto in quelle del suo contemporaneo, anche se di 20 anni più giovane, Paolo Emilio Parlaschino (1571/1653) che, in una “Descrizione della Vàlsassina” composta in età giovanile sullo scorcio del XVI secolo, afferma che il Pioverna offre “in abbondanza saporitissime trotte, ghiozzi e gamberi ai paesi che ne fiancheggiano il corso.”

Poco oltre, il “dottissimo protononotario apostolico mons. Paride” (così lo definisce l’Arrigoni), ci offre un’altra suggestione etimologica riguardante la località di Mezzacca, quando descrive il territorio di Moggio «grossa villa assai populata» nei pressi della quale sussistono alcuni «alloggiamenti da pastori et si chiamano in Mezza aqua per esser siti tra due vallette».

Corre l’obbligo a questo punto, di segnalare l’emergere di una discordanza a proposito delle sorgenti del Pioverna. Secondo l’autore di cui ci stiamo occupando, il principale corso d’acqua della Valsasssina trova la sua origine dai monti di Cremeno, non dalle pendici della Grigna meridionale, come anche oggi si considera. Scrive infatti Paride Della Torre, che nei pressi del colle di Balisio si trova “una chiara fonte di freddissima acqua (...) et ivi sotto a man sinistra, a quella nella valle del Gornico picciolo torrente entrasi et passato detto fiume, a man sinistra tenendo sotto il monte Grigna per un miglio sempre tenendo dietro al detto torrente, si giunge al fiume Piuvierna”. E ancora, poco più avanti, citando i “Prati Buscanti” il Torriano rivela che “ivi si ritrovano diversi molini et qua si congiungono il fiume Piuverna et il torrente Gornigo.” L’autore, come si sarà capito, non presta molta attenzione alla grafia dei nomi: spesso Piuverna diventa Piuvierna ma anche Pioverna, e Gornico si fa Gornigo e così via.

La valle del Gornico corrisponde certamente alla lunga gola che si addentra nei Grassi lunghi, nei pressi del colle di Balisio, fino ai piedi della Grigna meridionale. Dunque il Pioverna, secondo Paride Cattaneo, nasce dai monti di Cremeno, Moggio e della Culmine, contraddicendo in tal modo il Parlaschino secondo il quale il Pioverna “Nasce in un seno a termine del monte Cessimo da due fonti...”. Ci ragguaglia l’Arrigoni in una nota al testo di Paride che “Il monte Cessimo è una parte della Grigna meridionale detta appunto per la sua nudità la Gregna Pelada”.
Immancabili, per un autore amante della sua terra, i riferimenti alla produzione mineraria e siderurgica che costituiva un segmento determinante dell’economia valligiana. Così il lettore viene informato che “nella terra di Barsio” vi sono “fabricati diversi edifici da ferro che foccine si domandano et se ne ritrovano di più sorte, alcune sono fucine grosse, altre magli, altre si dimandano trafilere”. Inoltre, passando “per una valletta detta Bobbia” si possono vedere molte fabbriche de diversi edifitj, da molini, folle da panni et altro dove si tratta molta ferrareccia” e dove “sono fabbricate certe altre fucine le quali rettirano le masse grosse che vengono dal forno in altre più picciole et di queste ne fanno quadri vergelli, et vergelline...”

Da qui alla “grassa terra di Pasturo assai ben populata” e dotata di “grande moltitudine delli bestiami” il passo è breve. Come breve è la distanza che separa Pasturo dalla “terra di Bajedo”, ben sorvegliata dalla “fortezza che sopra il suo monte resideva”. Il riferimento va alla Rocca di Baiedo che tanti episodi, storie e leggende ha suscitato. In una nota dell’Arrigoni al testo si spiega che la Rocca “Esisteva gà nell’anno 975” e, aggiunge Paride Della Torre, “fu poi finalmente distrutta a supplicatione di tutta la comunità di detta Valle per essere la total rovina delli habitanti per le molte malvagità et estorsioni, robarie et ingiurie che facevano li soldati di quella Roccha.” La notizia dell’abbattimento della fortificazione di Baiedo, spiega sempre in nota Giuseppe Arrigoni, è contenuta in un “manoscritto di certo Carlo Ambrogio di Paullo (...) che sembra essere stato posseduto da Battista Cattaneo della Torre, fratello del nostro Paride”. Il quale conferma che la Rocca “per molti anni dominata dai francesi”, nel 1513 fu dalle fondamenta estirpata e rovinata.”

Dopo una rapida descrizione del ponte di Chiuso, allora costituito in presidio militare e dotato di torri di guardia, Paride si sofferma a lungo nella descrizione dell’abitato di Introbio che si raggiunge “passato appresso una valletta che Acquadura si chiama, la qual rivolge diverse ruote de molini et de un gran forno da ferro et poi vassene a scaricar nella Pioverna”. In Introbio, spiega Paride Della Torre, venne costruita “una bella casa con horto et giardino” dove risiede il podestà “il qual si muta ogni biennio et vien a questo eletto dal Viceduca di Milano”. A questo proposito è opportuno sottolineare come la dinastia Torriana abbia svolto un ruolo non secondario per molti secoli (ne daremo più oltre motivata conferma) nelle gerarchie nobiliari, militari e amministrative dei territori milanesi, sotto la cui giurisdizione si trovava l’intera Valsassina, come ci ricorda il nostro autore descrivendone i monti, in riferimento alla “ colmine, qual confina con Talleggio, terra sottoposta al dominio di Milano”.

Il testo annotato dall’Arrigoni, dedica anche alcune pagine al bacino del “torrente Trozza qual a confinanti campi, per il grande impeto del suo discendere gran danno mena”. Nasce la Troggia, spiega Paride Torriano, “da un luogo sopra li alti monti di Sasso et si chiama il lago della Ferrera [oggi lago di Sasso n.d.r] per alcune bucche di dove si cava la vena dal ferro così detto”. Gli alpeggi di Abbio e Biandino vengono definiti “fertilissmi monti (...) fecondi d’herbazzi et pascoli” dove come accade ancor’oggi, gli alpeggi si caricano con “diverse sorti d’armenti et greggi come saria cavalli, mulli, asini, buovi, vacche, porci, pecore et capre la dove in gran quantità di buoni formaggi, bottiro, mascharpi, vitteli, capretti et agnelli si ritrovano.” Ciò accade anche in altri luoghi quali “il monte di Camisolo et Foppabona (...) Agoredo, Agrella, Dolcigo, et Umbrega, da vento Varone, Artino, Lareggio, et Barconcelli”. Come si vede in cinque secoli poco è cambiato visto che Biandino, Abbio, Camisolo e altri monti vengono tuttora “caricati” di armenti per il periodo estivo.

Non poteva mancare, in questo “dipinto” dalle suggestioni naïf, qualche pennellata per ritrarre la cascata della Troggia la quale nasce quando il torrente arriva “a un alto precipitio, dal qual tanto strabocchevolmente vi dirocca, che al basso giungendo nè fiume più nè acque veder si pole”. Il cronista non omette poi di ricordare che “poco longi dalla gran caduta” il torrente fa muovere “una gran ruota d’un forno da ferro fabricato negli anni passati dal nobile M. Luigi Arrigone”. Fino a qualche decennio fa sul posto erano ancora attive alcune officine nelle quali si lavoravano ferro e altri metalli.
Il viaggio prosegue toccando “la bella terra di Vimogno” e un’altra località “detta Barcone” dove si erge una “pulita chiesa dedicata alla Madre di Gratie Vergine Maria.”

Ed eccoci alla terra d’origine e “feudo” dei Torriani dove “una bastia si vede la qual era già propugnacolo et difensione alla fortificazione del castello di Primaluna” . Paride descrive il territorio natìo con comprensibile dovizia di particolari non tralasciando neppure cenni sul clima e sull’orografia informando che “giace il predetto luogho di Primaluna nel mezzo del contado di Valsassina, verso il meriggio; ha in faccia il Monte Grigna et dopo le spalle un altro monte detto Olino”. Il clima invernale non è mite poiche il sole si nasconde “così presto, che all’invernata quando riscaldar il freddo paese dovria si nasconde quasi prima delle ventunhora.”

Ci concediamo qui una digressione a proposito dell’origine del toponimo e del suo simbolo “araldico”: una torre bianca in campo azzurro sormontata da una falce di luna e da una corona. Troviamo le notizie che ci interessano nella già citata opera di Giuseppe Arrigoni il quale spiega che uno dei nobili Torriani, Martino, partì per la Terrasanta nella primavera del 1147 con la I crociata indetta da Eugenio II. Martino non ebbe fortuna e durante l’assedio di Damasco, nonostante “mirabili prove di valore e di fortezza (...) cadde nelle mani dei Saraceni e, piuttosto che convertirsi alla fede islamica “preferì la morte”. La tradizione narra una storia diversa e spiega che Martino fu il primo crociato a “togliere ai Saraceni l’insegna della mezzaluna, e che, ritornato in patria, ponesse alla terra che abitava il nome di Prima Luna, come oggi pure si chiama”.

Poche pagine più avanti Paride Torriano si avventura alla ricerca dell’origine del potere feudale della sua casata e ne trova sostegno in Bernardino Corio e nella sua “Storia di Milano”. Afferma Paride, sulla scorta del Corio, che il potere dei Della Torre venne fondato dal vescovo di Milano, Ambrogio, il quale nel 333 “aveva istituito un capitano per ogni porta della detta città, quali erani sei, et nella Nova [l’odierna Porta Nuova n.d.r.] faceva li Torriani alle quali diede Valsassina in feudo di contado”.

Il presidio di Porta Nuova affidato ai Torriani, indipendentemente dall’esattezza cronologica, chiarisce anche l’origine dell’appellativo “Cattanei” legato ai Della Torre, appellativo che deriverebbe dal ruolo militare di capitano o “capitaneo”. Se non si attribuisce particolare precisione alla cronologia usata dal Torriano, il senso delle sue indicazioni può comunque trovare conferma in documenti relativi al cosiddetto “capitaneato” cui fa riferimento, ad esempio, il cronista milanese Galvano Fiamma (1283-1344) il quale, nel “Chronicon maius” riferisce che la carica capitanea esisteva già all’inizio del XI secolo. E ai “capitanei” era affidata la sorveglianzza delle porte della città. Lo stesso Fiamma, afferma che i Torriani erano stati incaricati di presidiare Porta Nuova “facendo risalire la loro nomina nientedimeno che al periodo della lotta di Ambrogio contro gli ariani”. (E. Salvatori: I presunti «capitanei delle porte» di Milano e la vocazione cittadina di un ceto. A stampa in la vassallità maggiore nel regno italico: l’ordo feudale dei capitanei (secoli XI-XII) Atti del convegno, Verona, 4-6 novembre 1999). Il testo integrale può essere reperito qui: http://www.rmoa.unina.it/1551/1/RM-Salvatori-Capitanei.pdf

Va detto, per correttezza storica, che l’origine dell’attribuzione della carica capitanea all’epoca del vescovo Ambrogio, è ben esposta al dubbio anche, ma non solo, sulla scorta dei rilievi dello storico Giorgio Giulini (1714-1780) a detta del quale molti sono intenti a “favoleggiare, e compor falsi ad imitazione del Morigia, del Fiamma e di parecchi altri, i quali volendo a qualsiasi costo illustrare i primi secoli della loro patria, inventarono le più strane cose”. Secondo Giulini è dunque da “tenersi per falso tutto quanto affermano quegli storici che non provano con documenti le loro narrazioni.”
Il nome Torriani o Della Torre, riferisce Paride Cattaneo, deriva proprio dalla triplice cinta di mura dominate da una torre, che circondavano Primaluna: “fu distrutta detta torre al tempo delle parti dei Guelfi et Giubellini, poi di novo fu riedificata, ma non compita.” Tracce di queste fortificazioni si trovano tuttora nella parte alta dell’abitato.

Nella sua “Descritione” Paride si dilunga poi in una encomiastica ricostruzione genealogica riguardante la famiglia dei Torriani che ci si consenta di non riassumere ma solo di accennarne ricordando che la potenza della stirpe Cattanea si estendeva a “Lecco, Mandello, a Varenna, a Belano (...) tutto cinto di mura con sette porte et un superbo molo”, a Dervio” per un totale di 54 comuni, come ci spiega l’Arrigoni.
Le fatiche di Paride Della Torre, si snodano infine da Parlasco a Taceno, a Casargo per inoltrarsi fra Premana, la Muggiasca, Cortenova, Esino e la “gran valle del Varone, detta così dal gran fiume così detto” il quale “ha esito appresso la terra di Derfo là dove egli va a scaricarsi”. Il “saggio” si conclude poco oltre, quando a Paride sembra di “aver detto assai de gloriosi fatti di Valsassina.”

Ultima modifica il Mercoledì, 11 Novembre 2020 06:47
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