Pubblicato in Cultura

GLI INDIFFERENTI di Alberto Moravia

Domenica, 08 Novembre 2020 06:50 Scritto da  ELIO SPADA

smaliziato e sensibile osservatore di una società in crisi profonda. Ideale, economica, culturale. Nasce qui il crollo interiore dei personaggi che si agitano nelle pagine del romanzo. Il malaticcio, anzi malatissimo, Moravia fa il suo ingresso insieme alla protagonista: "Entrò Carla...". Non c'è una porta che si apre. La realtà è già totalmente spalancata sull'accidiosa società piccolo borghese che popola le pagine di uno splendido esordio letterario il cui colore dominante è "...un'oscurità grigia..." che opprime ambienti, oggetti, pensieri, anime. La luce di una lampada, il suo piccolo cerchio, rivelando pochi, brevi segmenti di mondo, respinge tutto il resto "...nell'ombra del salotto..." e separa con feroce affilatezza "..i gingilli e gli altri oggetti..." dai "...loro compagni morti e inconsistenti sparsi nell'ombra..." di un'opaca indifferenza. In significativa consonanza col titolo dell'opera.

Moravia entra in argomento con bruciante folgorazione divaricando con violenza i battenti del soggettivismo pessimista che sostiene le vicende di cinque indifferenti attori. Per questo si capisce che gli oggetti, la loro "fisica", non sono reali se non c'è luce ad illuminarli. Non esistono se non esiste prima e accanto un soggetto ad osservarli, ad attribuire loro consistenza e ragion d'essere. Senza la luce di uno sguardo essi non si limitano a risultare invisibili ma si dematerializzano e muoiono. È la presenza umana ad animare la materia inerte. L'asino del "budda campagnolo" lo conferma assentendo con ottuse oscillazioni del capo.
Ma chi dà moto ed anima al soggetto? Chi fa vivere l'uomo? Nulla, sentenzia il pessimismo moraviano. L'uomo è solo perchè non ha un anima. Sartre con la sua depressa weltanschauung è già ben operante nel giovanissimo Pincherle, alias Moravia. Per questo la breve descrizione di Carla assume le caratteristiche asettiche di una scheda tecnica e di un manifesto epocale.

C'è in Moravia una psicologia delle cose che integra e spesso sostituisce quella umana talché l'oggetto, la cosa, sviluppa a volte un evidente, anche se difficilmente decifrabile, profilo interiore; una visibilità quasi antropomorfa in assenza della quale anche l'umano perde di profondità e significato.
Solo la stolida, semi meccanica incombenza del sesso dà l'illusione della vita. E dell'odio; onnipresenza cupa tuttavia vitale che suscita dall'ombra "...l'onda cupa del rancore (...) nera e senza schiuma...". Schiuma: leggera inconsistenza dalla quale siamo nati, esile primordialità organica che la melma dell'indifferenza non riesce neppure a produrre. Solo la lutulenta libidine di Leo è in grado di conferire a Carla una parvenza di vitalità. Vuoto e improduttivo cinematismo: è, la giovane, per l'uomo, una porcellana cinese esteticamente accattivante. Nient'altro. È lui, Leo, l'egocentrico, l'opportunista amante della madre, avido (ma almeno vitale) concupitore della figlia, a parlare per tutti con monomaniacale engastrimismo. Carla avverte oscuramente di essere destinata al peggio.

E persino lo desidera. Anche se la presenza asfissiante del desiderio suscita un "...meschino disgusto...". L'alternativa si rivela "...una vergogna, un rossore, un disonore...". Ma la coscienza piena non si manifesta mai. La giovane è preda di una totale alienazione che le preclude ogni possibilità di scelta autonoma. Per questo chiede lumi alla propria immagine riflessa dallo specchio. La risposta è spietata e Carla scopre di non essere in grado neppure di pensare. Scopre di potere soltanto dimenarsi nel magma della più assoluta spersonalizzazione. È un’altra maschera, proprio come la madre. Non le resta che la fuga nel sonno “…nero come la pece”. Carla avverte solo il disagio profondo dell’esistere. Fuggirà per sempre. Tutti, nel romanzo di Moravia, sono in fuga. Ma non c’è un luogo, un approdo verso il quale dirigersi. Anche se qualcuno ne intuisce vaga esistenza.

Neppure di questo opaco presentimento è capace Mariagrazia. Attorno alla sua figura prende forma la "...faccia immobile..." d'un immemorabile tabù che Leo ha da tempo violato e il cui mana, ormai assopito nella polvere dell'indifferenza, assume i contorni di un totem senza volto. La madre è infatti soltanto una "...maschera stupida, patetica..." ottusamente e incrollabilmente ancorata al profondo nulla che Leo erutta senza sosta. Non capisce, Mariagrazia, quel che succede, ciò che sta per accadere, ciò che deve accadere.

È Michele, condannato a pensare con imbelle ma tenace lucidità, a cogliere fino in fondo l'inamovibile fatalità di una vita che afferra il vuoto e lo dissolve. Il giovane sa perfettamente che i suoi conati di odio verso l'amante della madre e della sorella sono soltanto brevi e snervate deflagrazioni destinate subito a spegnersi, a trasformarsi in tremolanti fuochi fatui nel cimitero dei sentimenti. Tutto è finzione: le parole, i rapporti umani, i sentimenti, gli sguardi. Michele lo sa e tenta qualche debole resistenza. Ma cade sempre in ginocchio, sconfitto dalla pigrizia e dall’indifferenza. Anche lo “scontro fisico” con Leo si conclude con una resa. E si lascia travolgere da. “…quell’indegna commedia” E s’agita a vuoto, inerme di fronte ai fantasmi esangui di un volere esausto. È condannato a pensare, a vedere, a capire con lucida nettezza. Ma è incapace di agire. Come Carla, come Mariagrazia, come tutti in fondo. Anche Leo è, in realtà, “inattivo”. Si limita a prendere ciò che trova, a raccogliere frutti già caduti, a lasciarsi trasportare dall’indifferenza, dall’egoismo, dall’interesse. È questa la società, il mondo descritto dal giovane Moravia. Sono il nostro mondo, la nostra società. Siamo noi?

 

 

Ultima modifica il Domenica, 08 Novembre 2020 06:53
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