Il Blog di Enrico Baroncelli

Cultura

Cultura (103)

Giovedì, 03 Dicembre 2020 06:58

CONCORSO SU EMERGENZA CLIMATICA PER GLI STUDENTI

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Anche per il 2021 l'Associazione LetteLariaMente APS propone agli studenti medi,  superiori e fino a 25 anni,  il Concorso di scrittura su INCIPIT.

 Quest'anno  abbiamo modificato la nostra proposta:
 non più un racconto,  chiediamo agli studenti di impegnarsi più direttamente sull'argomento proposto restituendoci " un'inchiesta giornalistica".

In allegato il bando del concorso letterario e il modulo di iscrizione
Domenica, 29 Novembre 2020 06:53

BARNABO DELLE MONTAGNE Di Dino Buzzati

Scritto da in Cultura

Poi dopo lungo scorrere di tempo
Risorgerai e rivedrai la luce.
ESCHILO, “Prometeo incatenato”

 

Barnabo, i suoi luoghi, i suoi pensieri, l’agire sommesso della sua incerta umanità, l’attesa dell’Evento che risolve il dramma. “Barnabo delle montagne” rappresenta nell’universo di Buzzati, più che un esordio, un annuncio.

Molti dei temi che lo scrittore bellunese svilupperà nel suo capolavoro, “Il deserto dei Tartari”, sono già presenti in forma embrionale ma precisa. Prendono forma fra gli abeti delle Grave, nei ghiaioni che sostengono la croda dei Marden, lungo i “…cinque sentieri che si addentravano nella foresta.”. Tutto: cielo e terra, boschi e animali, uomini e cose, si annunciano nella sospensione acronica dell’attesa.

Passano i giorni i mesi le stagioni e gli anni. Ma il tempo no. Quello appartiene a un passato che la vischiosa ostinazione del presente costringe a sopravvivere, obbligandoci a non “…dimenticare la giovinezza”. Non dimenticare: irrevocabile condanna. Anche se, in apparente contraddizione con l’assunto poiché “Senza che nessuno vi faccia caso, il tempo continua a passare”. Pura apparenza. In questo senso, per Buzzati, il passato è sempre presente perché “Memoria è il centro del confronto fra tempo della vita e tempo del mondo”(H. Blumenberg, “Tempo della vita e tempo del mondo”; pag. 334. Il Mulino).

Panta rei, tutto ci illude: il mondo “…è un fanciullo che gioca”. Quel fanciullino, proprio quello di pascoliana memoria, costituisce in Barnabo, l’aspetto più essenziale della fuga dall’esserci, della nostalgia del primordiale inesistere, del malinconico e platonico ricordo del “prima”. Dunque della quiete nullificante che ci cullava nel dimenticato mondo iperuranico. Non Cronos, né la sua voce sincopata. Non l’oscillazione bipolare e inarrestabile della vita espressa dalla metronomia del mondo. Il luogo - tempo dell’azione si espande nel continuum psicologizzante dell’aion, radice dell’eternità atemporale.
Cifra e figura del tempo immobile, il vecchio tamburo “…gettato nelle Grave, sotto alla piazza del mercato: rimangono ancora le parti in ferro, tutte arrugginite”.

L’essenziale, la ruggine, sopravvive sempre. Il tamburo è lo scrittore, siamo tutti noi. Subiamo l’oppressione del tempo che ci sopravvive. E intanto lo produciamo, gli diamo vita, la nostra vita..
L’antico cembalo non riferisce una cronologia ma ne crea la premessa.
Barnabo cerca di difendersi dal ritmo generato dal timpano cosmico teso tra valli e giogaie, fingendo di attendere qualche cosa, qualcuno: un sospiro del vento, una nuvola, una cornacchia ferita, eoni grigi di rugoso calcare, il perdono che redime. Il tamburo attende, insieme a Barnabo, l’ultimo colpo di mazza, sotto lo sguardo cieco delle “grandi crode”.

Il tempo è tutto per Buzzati. Tutto è tempo. Ci affanniamo a misurare l’attesa per affermarci nell’esistere. L’orologio del campanile di San Nicola, canuto metronomo, sembra ansimare nella polvere. Il vecchio tamburo non segna il tempo, lo produce tramite la ritmica della percussione manuale. È l’uomo al centro del flusso ritmico. Ma ora lo strumento giace spento sul greto del torrente a testimoniare l’arcaicità originaria del mondo. L’orologio del campanile, invece, non genera il tempo ma si limita a misurarlo, spezzandone la natura alchemica e frantumandolo in mille discreti, inesistenti istanti. Scompare l’universalità analogica del flusso continuo per far posto alla digitalizzazione del mondo. Questa è la modernità impotente suggerita da Buzzati. L’era della tecnica ha inizio insieme al tempo dell’uomo. È techne il nostro fondamento, ciò che siamo diventati. Il buon selvaggio è l’utopia piegata irrimediabilmente verso un passato mai esistito.

Il diagramma digitale disegnato dalle lame rocciose traduce in materia le sincopi della vita. Il ritmo dell’immobilità. Ogni vetta conquistata produce una sconfitta poiché genera nuova attesa, infinite attese, inarrestabili desideri di desideri. Siamo inconsapevoli, tuttavia volontari, sudditi di Cronos pantocrator, signore dell’illusione. Interpretiamo, con Buzzati, i nostri sogni. E ogni giorno nasce “…una specie di vita nuova” simulacro animato che attende un fendente. Qui catastrofico; solo metastrofico nel “Deserto”.
C’è sempre una lama a dissecare il mondo. Quando, all’inizio del capitolo terzo, Barnabo rinuncia agli indugi e si lancia nel ballo, la musica si interrompe. Un segno. Il caso, metodico come il tempo, interviene e ci indica il vuoto. Il silenzio parla con voce antica. E, come la ruggine acre del vecchio cembalo, si accontenta della vita così com’è mentre la banda, dopo aver creduto di suonare, tace producendo la realtà.

Senza annunciarsi, proprio come il tempo del futuro, Del Colle “…suona l’armonica e gli altri stanno zitti a sentire”. Lo strumento, cifra moderna del flauto panico, spezza l’origine e fa ripartire il sogno della modernità. L’organo abbatte il liuto fingendosi orchestra e, abbandonata la vita, produce il vivere del presente nel quale nasce l’attesa.
L’universo di Barnabo ruota sotto la spinta di correnti panpsichiche che la prosa “primitiva” di Buzzati scolpisce con efficace descrittivismo, solo apparentemente disadorno e marcatamente simbolico. La fortezza Bastiani, qui, ha l’aspetto dimesso e minuscolo di una polveriera di fortuna. Un vecchio bidone al quale dedicare tuttavia lunghe notti di veglia ad ascoltare, ad immaginare, ad intuire il tempo che, afferma Novalis, “…nasce con la noia..”. E l’attimo s’aggruma nella stabilità dell’istante: “Le crode sembrano ancora più immobili, come attendessero qualcuno”. Alle ansie solitarie di Giovanni Drogo, manca soltanto il nulla.

La storia arretra in cronaca e mostra, umano, un destino. Sarà il sangue, infatti, a decretare la fine del tempo e dell’attesa; a far riemergere dal passato il tragos la cui espiazione restaura temporaneamente la nostra irenica quotidianità. Il sangue di Del Colle percola tra le maglie del tempo e partorisce la storia. Il colpo di fucile che annuncia, insieme, una fine e un inizio, replica il colpo di cembalo che accompagnava il rapido moto della lama ad officiare il sacrificio espiatorio della tragodìa. Il sangue bagna la terra e restaura l’arcaico rito di fecondità la cui efficacia pretende l’assoluta innocenza del sacrificato. Del Colle è capro perfettamente privo di colpa: non sa perché muore, non sa perché vive. Buzzati addita con stupore la colpa inconsapevole d’una vittima del cui sacrificio tutti abbiamo bisogno per tornare a vivere. “C’era un silenzio pesante…”. Tutto accade nel silenzio del mondo.

Buzzati scrive impugnando un chiodo da roccia che si insinua tra le fessure dell’ispirazione traendone scintille pesanti come le montagne che incombono sulla casa dei Marden,. È all’opera quel “grande scultore” descritto da Marguerite Yourcenar che induce nel marmo della carne: “…perdita senza morte, sopravvivenza senza resurrezione…”
Intanto il tempo collassa sotto il passo pesante di Barnabo che “…tra poco ha raggiunto le ghiaie”. Il futuro avverbiale declina rapido il passato verbale capovolgendo concordanze e montagne. Buzzati decostruisce ogni possibile cronologia. Il presente, postulato dell’uomo, è assente. E quando “tutto sarà scomparso nel tempo”, la vita “…continuerà a passare, ininterrotta, su tutta la terra”. Il fiume, immobile, piega l’acqua che lo scava.

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Lunedì, 23 Novembre 2020 08:09

VISITE VIRTUALI AI MUSEI LECCHESI

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#IMUSEINONSIFERMANO: la nuova campagna social del Si.M.U.L.
Focus settimanali, post, video, stories e mini-quiz su Facebook e Instagram

I poli museali del Sistema Museale Urbano Lecchese, chiusi al pubblico per effetto delle ultime disposizioni nazionali in materia di contenimento del contagio da covid-19, non fermano la loro azione di divulgazione e danno il via a nuove Visite virtuali sui canali social ufficiali: la pagina Facebook Sistema Museale Urbano Lecchese e l’account si.m.u.l di Instagram. La campagna social #imuseinonsifermano aderisce così anche all’iniziativa promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo “La cultura non si ferma”, finalizzata a incoraggiare l’attività social dei musei durante l'emergenza.

Focus settimanali, post, video, stories e mini-quiz: le curiosità e le informazioni saranno molte e tali da far conoscere sempre più a fondo il patrimonio storico-artistico, letterario e culturale conservato nelle sale dei poli museali cittadini. La campagna ha già preso il via con la presentazione di una new entry del Museo di Storia Naturale di Palazzo Belgiojoso: l’erbario inedito di Carlo Vercelloni.

Da questa settimana la campagna social vi porterà a scoprire il lavoro quotidiano dello staff dei musei, che sta sviluppando due nuove guide per la Galleria d’Arte Moderna di Villa Manzoni e per la Galleria d’Arte Contemporanea di Palazzo delle Paure. Attraverso aneddoti e curiosità sarà possibile conoscere meglio i quadri più interessanti custoditi nelle pinacoteche. In maniera divertente e coinvolgente il Si.M.U.L. intende mantenere vivo il contatto con cittadini, nella convinzione che la missione culturale dei musei sia fondamentale soprattutto in un momento complesso come quello attuale.

"L'amministrazione comunale e il Si.M.U.L. - commenta l'assessore alla cultura del Comune di Lecco Simona Piazza - aderiscono a questa importante campagna promossa dal MiBACT, pensata proprio per ovviare alla chiusura dei musei. Lo facciamo attivamente, con un'azione concreta che, pur non scavalcando le prescrizioni dettate in materia di sicurezza, offre ai cittadini la possibilità di fruire del nostro patrimonio culturale muselae attraverso piccoli eventi, iniziative e momenti di condivisione. Queste proposte si affiancano a quelle già promosse da ViDi per l'esposizione dedicata alla Scapigliatura e allestita al Palazzo delle Paure, ai servizi messi a disposizione dalla biblioteca comunale, su tutti la consegna a domicilio delle riviste, dei libri, dei DVD e dei cd, alla MediaLibraryOnline del Sistema, potenziata grazie alla possibilità di scaricare fino a 4 contenuti multimediali al mese, e al grande progetto teatrale messo a punto proprio in questi giorni e rivolto ai più piccol

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Domenica, 22 Novembre 2020 15:02

UOMINI E TOPI di John Steinbeck

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“… l’uomo, che non ha

altro fondamento

che sé stesso, (…)

è l’essere precario,

«soggetto al rischio»,

con una possibilità

costituzionale di fallire” Arnold Gehlen, L’uomo, la sua natura,

il suo posto nel mondo

 

Innanzitutto la natura. Rassicurante e temibile grembo ancestrale. Rifugio per alcuni, carcere per altri. Per certi misericordiosa madre, per talaltri inflessibile matrigna. L’ambiente, comunque, come assoluta alterità rispetto alla coscienza e alla volontà umane. Volontà intesa da Steinbeck quasi sempre in connotazione negativa. Come nietzschiana pura e primordiale volontà di potenza. Dunque di sopraffazione. Caratteristica, questa, non solo individuale ma soprattutto sociale. L’azione si svolge nell’America della prima, profetica, ammonitrice, inascoltata Grande crisi, essendo la recente e dolorosamente e ancor viva, replica mutante ma non troppo e non troppo sottovalutabile di quella.

L’incipit appare bucolico, placidamente immerso nel verde panico di un piccolo universo frusciante. Spira leggera una brezza che diffonde teporosa e cullante pace. Terribile premessa, si avverte immediatamente, del futuro tragico della storia. L’omissione della “s” maiuscola potrebbe benissimo essere evitata stante l’evidente ed esteso pessimismo del concepire steinbeckiano. Ci troviamo insomma immersi nell’antitetica ed eterna contrapposizione uomo - natura. Fors’anche Bene - Male dove, qui sì, le maiuscole pretendono d’imperio la pressione dello shift. Ma, par di capire sostenga l’autore, non tutto è bene, non tutto è male in dipendenza da ineludibili circostanze e non negoziabili condizioni. Ciascuno ha un passato, tutti abbiamo un presente. Altri costruiscono, nonostante noi, il nostro futuro.

Lennie, il semplice, vive in un perfetto presente e, perfettamente innocente, ignora il futuro. Si direbbe, con l’ing. Gadda la cui cognizione dell’umano dolore è ben nota, che il titano elaborasse uno stentato cogito, sequenzialmente ad un “…certo rovello interno a voler risalire il deflusso delle significazioni e delle cause, in certo disdegno della superficie-vernice, in certa lentezza e opacità del giudizio che in lui appariva essere inalazione prima che starnuto e torbida e tarda sintesi.”

Talché definirlo uomo semplice suona certamente come delicato eufemismo. È il piccolo George la sua guida e mentore. La sua legge, il suo bastone bianco che lo conduce, lui cieco del mondo e degli uomini e per questo totalmente incolpevole, attraverso un universo popolato, lui sordo e psicologicamente muto, di anime totalmente inconoscibili. E spesso irriducibilmente nemiche. Ma Lennie non ha nemici. Non ne vuole avere. Vive in una nebulosità biancheggiante e indistinta nel cui luminoso nulla bene e male, giusto e ingiusto, risultano indistinguibili. Anzi, non possono esistere. Ignora, Lennie, metafora mitologica di tutti noi, la mostruosità della Norma, la divina crudeltà della Legge che concede il libero arbitrio e ne punisce per l’eternità le inevitabili e prevedibili conseguenze. Incarna, lo smisurato, la purezza dell’anima, l’innocenza dell’animale, l’incolpevolezza primordiale del mostro. Adamo, Caino, Asterion, Edipo, Ifigenia e l’infinita teoria dei capri di tutte le ere il cui sangue espiatorio estingue colpe mai commesse e bagna tuttora gli altari della civiltà.

Lennie ama tutto ciò che vive. Ama i topi e li uccide di carezze. Ama il cucciolo di cane e lo soffoca di abbracci. Tocca un vestito di donna e commette un omicidio suicidio. Eppure non ha colpa alcuna. Proprio l’abissale innocenza dell’Ercole ottuso, del colosso infante appare elemento cardinale, asse del pianeta umano in sussultante e faticosa rotazione, essendo l’altro moto, oscura rivoluzione ed escatologica tensione verso un futuro incomprensibile ai più. Almeno in questo Lennie non è solo. Non lo sarà nemmeno nell’esito fatale dell’inutile fuga quando l’inevitabile, che il lettore ha riconosciuto come tale già dall’inizio, accade. Non per mano del nemico che sono tutti (quasi) gli altri. Ma per “fuoco amico” e misericordioso espresso dal dolorante amore di George, avatar consapevolmente umano, sincero e premuroso, d’un dio inconciliabile con l’umanità dell’uomo.

Lo sparo non mette in fuga timidi conigli selvatici né aironi si alzano in volo: la presenza dell’uomo, prima della fine, li ha già resi invisibili chissà dove. Intorno, alberi silenziosi e acqua verde e muta assistono immobili e indifferenti al sacrificio. “I conigli balzarono silenziosamente in cerca di riparo. Un airone appollaiato sulle zampe si levò pesantemente nell’aria sbatacchiando le ali, giù per il fiume. Per un attimo il luogo fu privo di ogni vita.” Inizio e fine sono perfettamente coincidenti. La natura teme l’umano e, oltre al silenzio, non ha nulla da dire all'uomo.

 

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Siamo lieti di informarVi che è stato ristampato il volume

L'altro Medici. Come il Medeghino s'insignorì del Lario, a cura di Franco Minonzio, Milano, Lampi di stampa-Lecco, Polyhistor Edizioni, 2013

che si affianca al recentissimo

Franco Minonzio, La «mala guerra». Da Medeghino a Marignano: come si diventa ciò che si è, Lecco, Polyhistor Edizioni, 2020

consentendo di ricomporre in unità due diverse fasi e, in un certo senso, due diverse immagini di Giangiacomo de' Medici, il Medeghino.

Siamo inoltre lieti di comunicare l'imminente uscita del volume

Paolo Giovio, La descrizione del Lario, a cura di Franco Minonzio. Nuova edizione ampliata, Lecco, Polyhistor Edizioni, 2020

che garantisce rinnovata circolazione ad un volume uscito nel 2007 a Milano, presso le Edizioni del Polifilo, ormai pressoché esaurito.

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Domenica, 15 Novembre 2020 09:34

OMERO - ILIADE di Alessandro Baricco

Scritto da in Cultura

Per una donna di Sparta
radunarono una grande spedizione
e poi, giunti in Asia,
abbatterono la potenza di Priamo.
Erodoto – Storie, 1; 4

 

C’è una guerra a Troia. Le porte Scee da dieci anni si spalancano spesso per far uscire l’esercito dei Teucri, e si richiudono per assistere a sanguinose battaglie nel cui fragore, come immagina Roberto Calasso, “I guerrieri achei avanzano con i corpi bianchi sino alle cosce, incrostati di polvere” mentre “Gli zoccoli massicci dei cavalli sollevano nubi di polvere verso il cielo di bronzo”. Tutto a causa di una donna. Non è vero ma è opinione comune che sia andata così. Anche Baricco. Che, nonostante le continue descrizioni di stragi e ammazzamenti, ne dà una lettura antimilitarista. Ha ragione. Per questo nella “Postilla sulla guerra” spiega che il capolavoro omerico è insieme “… un monumento alla guerra, la memoria di un amore ostinato per la pace”
È anche un testo quasi femminista: “…sono spesso le donne a pronunciare, senza mediazioni, il desiderio di pace.”
Ecco. Nonostante la buona volontà ho incominciato dalla fine. Forse perché è proprio dalla postfazione che emergono i pregi dell’opera temeraria di Baricco: realizzare e (se possibile) vendere una specie di Bignami dell’Iliade. Un riassunto schematico, insomma, da leggersi in pubblico Sarebbe come cimentarsi in una sintesi dell’Eneide o della Divina commedia. Eppure ci è riuscito bene. Però senza quella illuminante Postilla, sarebbe stato un brutto flop. Ma la Postilla c’è e salva quasi [rpt. quasi] tutto offrendo un senso all’impresa.

Un’impresa che parla anche di una seconda guerra. Una guerra fratricida, una guerra nella guerra che si svolge nel campo acheo. Anche questa nasce a causa di una donna: Anzi, di due. Criseide e Briseide rappresentano i pomi della discordia e dell’”ira che infiniti addusse lutti agli Achei”. Incipit più che famoso ma che con raffinata protervia, Baricco perfidamente ignora. E fa bene perché 3200 anni dopo l’evento, parlare di “augelli” e di “orrido pasto” fa un po’ ridere. Ma non dura a lungo e allora ecco “…le divine quadrella…” trasformate in “…molte frecce”. Vi pare il caso?
Oops! Siamo di nuovo all’inizio. Insomma stiamo navigando a vista, non c’è una rotta. Mi viene in mente Dante: “…nave sanza nocchiere in gran tempesta” (Purg. - VI). Meglio tornare a volare basso. Procediamo a caso e a singhiozzo.

Calcante, l’indovino, rischia la pelle quando suggerisce che la hybris di Agamennone e la sua arrogante pretesa sulla schiava di Achille potrebbe essere la causa dei mali che da tempo affliggono il campo acheo. Calcante attira su di sé l’ira del re dei re che lo apostrofa come “profeta di sciagure”. Mai visto un profeta che abbia annunciato eventi fausti: solo stragi, ammazzamenti, carestie, apocalissi. Altrimenti che profeta sarebbe? Anche per questo, in genere, non vengono ascoltati. Cassandra ne sa qualcosa. Agamennone, inevitabilmente, non gli dà retta. e Achille si rifiuta di combattere. E i teucri “domatori di cavalli” fanno fuoco e fiamme. E Apollo fa piovere peste e piaghe nel campo dei greci.

Apollo? Ecco un’altra caratteristica (annunciata) e discutibile dell’opera di Baricco: l’assenza pressoché totale del divino. L’Iliade (quella di Omero) pullula letteralmente di divinità. Anche se dal volto più o meno umano. Giove e il suo codazzo di cortigiani immortali sono in tutto e per tutto identici agli uomini che guardano dall’alto dell’Olimpo. Ne hanno i difetti (soprattutto i difetti) e qualche pregio. L’unica differenza è che sono immortali. E dunque, nel poema omerico, svolgono un ruolo fondamentale di protagonisti intervenendo direttamente nelle vicende belliche a indirizzarne gli esiti. Addirittura vengono a volte feriti dalle armi degli eroi umani che agiscono sotto le mura assolate di Troia. La guerra che si combatte sulla Terra e il riflesso degli eventi guerreschi che si svolgono in cielo.

La differenza è che lassù non ci sono morti. Solo feriti leggeri. Però senza divinità in campo l’Iliade non è comprensibile. O meglio, lo è solo in parte. Ma Baricco ha cancellato quasi totalmente la presenza divina dalle vicende di Achille, Ettore (si dovrebbe pronunciare Ettòre) e Ulisse. Non basta citare Lukàcs per pararsi il culo. Né sostenere che “l’Iliade ha una sua forte ossatura laica”. È vero, ma ne ha anche una altrettanto fortemente religiosa. Il risultato può piacere o no, ma è, quella di Baricco, un’opera alla quale manca qualche cosa di significativo. Certo espellere gli dei dal mondo fa risaltare il ruolo dell’uomo. Ma un’umanità priva di dei non esiste e soprattutto, non esisteva nel XIV secolo ante Christum natum. Come hanno magistralmente spiegato Jung e Hillman, gli dei tornano sempre. Proprio come farà Ulisse con la “sua petrosa Itaca”.

Continuando a spigolare: Ci vestimmo con le armi tremende.” Monti aveva tradotto con un ben più pregnante “orrende armi”. Tremende; orrende. Manca, alla versione di Baricco, il riverbero della classicità latineggiante ben evidente nella lezione montiana. Ascoltate Tibullo, sì proprio quel Tibullo. Quello delle nostre prime, barcollanti traduzioni dal latino sui legni disadorni di una scuola che affidava ogni parola scritta non a ticchettanti tastiere e lucidi monitor cosparsi di liquido cristallo bensì a quaderni, penne e calamai. Tibullo, dicevo, autore di una famosa elegia antimilitarista il cui incipit si/ci chiede: “Quis fuit horrendos primus qui protulit enses?” Concludendo con disperata amarezza: “Quam vere ferreus ille fuit.” Horrendos…enses: Non tremende, le armi, ma orrende. Ed etimologicamente anche sublimi, meravigliose. Quel “tremende”, perfetto sinonimo, è però anche ridotto in Baricco a espressione verbale di scarso e appena tiepido pathos.

Ancora: “Fammi tornare sano e salvo alle navi, dea amica…” A Baricco è forse sfuggito il senso profondo, addirittura rivoluzionario, di cui è foriera l’invocazione di Ulisse nella versione di Vincenzo Monti: “Or tu benigna più che prima, o Dea, dell’amor tuo m’affida, e ne concedi glorioso ritorno…”. Ulisse non chiede solo salvezza e successo nell’impresa come riconoscimento dei numerosi e preziosi sacrifici officiati spesso in onore della divinità. Anche se le promette di sacrificare una giovenca di un anno. Ma lo fa chiedendo ad Atena un atto di amore (“…dell’amor tuo m’affida…); di amarlo, insomma, come non lo aveva mai amato prima. L’invocazione di Ulisse e il sentimento che la sostiene sono di impressionante modernità. Ma l’itacense, colui che riesce sempre a ritornare come dimostrerà il poema omerico successivo, non dimentica di aver invocato l’amore di una dea e proprio per questo non vuole, almeno in questa occasione, macchiarsi le mani di sangue sia pure nemico. E durante l’incursione nel campo tracio, si astiene dalla strage e lascia tutto il lavoro sporco a Diomede. Il quale non si pone problemi morali e ne ammazza tredici nel sonno. Il quattordicesimo, la “spia” Dolone, era già stato decapitato all’inizio dell’incursione. La fuga e il rientro al campo acheo costituiscono la storia di un trionfo.

Il resto dell’opera baricchiana (si può dire? Però è brutto.) procede, mi pare, senza troppe scosse. D’altro canto non si tratta di un thriller. Sappiamo da quasi 3000 anni come è andata a finire. Achille tornerà in campo a vendicare il sangue di Patroclo. L'”ira funesta” del figlio di Teti e Peleo (Achille è sempre, costantemente, profondamente incazzato) passerà con divina indifferenza dagli Achei ai Troiani. Ettore cadrà per mano del re dei Mirmidoni. Molti eroi cadranno. Anche Troia. Elena sarà restituita a Menelao. Agamennone tornerà a casa scoprendo che il suo elmo è irto di corna (10 anni son lunghi). Ulisse, secondo Pindemonte,“molto errò poi ch’ebbe a terra gittate d'Ilion le sacre torri.” Ma questa è un’altra storia.

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Giovedì, 12 Novembre 2020 09:39

Biblioteca civica: attivo il prestito a domicilio

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Prenotazione al telefono o via e-mail, consegna a casa in 3 giorni lavorativi

Per continuare a garantire a tutti i cittadini di Lecco, ora più che mai, un servizio culturale essenziale quali sono l’accesso all’informazione e alla lettura, la fruizione di film e musica, nel rispetto delle norme e delle misure di sicurezza previste per il contrasto al contagio da covid-19, da mercoledì 11 novembre 2020 è attivo il nuovo servizio di consegna a domicilio di libri, riviste, dvd, cd e fumetti appartenenti al patrimonio della biblioteca civica.

Le prenotazioni possono essere effettuate da lunedì a venerdì dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 14.00 alle 17.00 telefonando al numero 0341 481122 oppure scrivendo all’indirizzo di posta elettronica: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

La consegna viene effettuata di norma entro 3 giorni lavorativi dalla richiesta.

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Mercoledì, 11 Novembre 2020 06:42

PARIDE DELLA TORRE E LA VALSASSINA

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Possono forse essere contati sulle dita di una mano cronisti, studiosi e storici che, soprattutto nei secoli passati, in forma non episodica od occasionale, si siano sottoposti alle fatiche di produrre testi riguardanti la Valsassina, la sua storia, la vita dei suoi abitanti. Comunque sostenuti dalla convinzione, per dirla con il nostro Giuseppe Arrigoni (il quale cita Nicolò Tommaseo) che “... piccole e grandi le memorie patrie è dovere il conoscerle perché nel passato « è gran parte del nostro avvenire »”.

Lunedì, 09 Novembre 2020 07:08

Premio Paolo Cereda, riaperte le iscrizioni

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Sospeso in aprile conseguentemente alla chiusura di tutte le scuole di ogni ordine e grado, riapre alla possibilità d’iscrizione il terzo bando del Premio Paolo Cereda, concorso promosso da Libera - Coordinamento provinciale di Lecco, Fondazione Comunitaria del Lecchese Onlus e Ufficio Scolastico Provinciale di Lecco in ricordo del Coordinatore di Libera Lecco scomparso nel 2017.

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Lunedì, 09 Novembre 2020 06:48

Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway

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 “Lui feteva”
“Chi lui?”
“Il ferone” mormorò
“Il ferone? Il ferone? Il ferone?”

Stefano d’Arrigo “Horcynus orca”

Povero, piccolo Santiago. A suo modo è un eroe. Ma non di quelli veri. Di quelli, per capirci, che hanno combattuto sotto le mura di Troia scolpite dal sole, che sono morti alle Termopili, che si sono spenti a Salamina o nelle acque di Cartagine.

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