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Pubblicato in Cultura

IL CAVALIERE E LA MORTEdi Leonardo Sciascia

Domenica, 06 Dicembre 2020 07:53 Scritto da  ELIO SPADA

«Alla fine, però,
l’Ombra riapparve
E il suo potere
si ingrandi'"

J.R.R. Tolkien, “Il Silmarillon”

“Ed è così che a volte le cose semplici diventano maledettamente complicate”. Apparente banalità di un testo che indica in realtà il taglio sottile ma netto che separa passato e futuro. Meglio: assenza di passato e assenza di futuro. Il presente, insomma, descritto da Sciascia come “memoria da abolire” e in effetti abolita da una società oscura e onnivora nella quale chiesa e Stato, parti e partiti, uomini e no, asserviti da un’oscura legge universale, univocamente cospirano nella determinazione di un mondo che da sempre vuole “…essere indegno della vita… Ingegnoso e feroce nemico della vita, di se stesso.”
Inguaribile pessimista. Sciascia è siciliano purosangue e in quanto tale profondo conoscitore dei recessi carsici lungo i quali scorre il fiume tossico del potere e dei poteri.

Per questo vede, per questo scrive il fecondo polemista, saggista, autore di alcuni fra i più famosi e discussi romanzi del Dopoguerra: mafia, amore, morti ammazzati, volti omertosi, voci spezzate, indagini senza fine, fine tragicamente annunciata.
L’inizio del breve romanzo “Il cavaliere e la morte” (non il suo più famoso) è perfetta ipotiposi del pensiero, direi della coscienza, dell’autore. Con incipit programmatico, immediatamente la lettura viene indirizzata al fluire del tempo, orientata al passato, una spinta appena attenuata dalla modalità avverbiale, prima parola della prima frase: quando.

In quell’avverbio (unico caso nel lessico italiano) risuona l’onomatopea del gerundio a rappresentare l’ininterrotta, contigua continuità del prossimo-remoto nell’oggi. Il senso della memoria, cifra e figura necessaria, anche se non sufficiente, di ogni identità storica, sociale, individuale. A Sciascia, con tutta evidenza, interessa molto (ma non solo) la lezione dei fatti, dunque della storia che produce per parafrasi progressiva la cronaca. Nera in questo caso. Nerissima. Per questo c’è un Vice commissario all’opera. Per questo c’è un morto ammazzato. Per questo e su questo si indaga. Tuttavia, già lo sappiamo, invano. Sul piano della dinamica, della scrittura, dei personaggi, c’è in Sciascia un sottile ma evidente filo d’Arianna che muovendo esplicitamente da Tolstoj e da “La morte di Ivan Il’ic” passa per Gadda e il “pasticciaccio” (nel quale si muove con studiata flemma il tenace e lucidamente distratto il commissario Ingravallo), per terminare al poliziotto inquirente del romanzo di Sciascia. Anche in alcune descrizioni d’ambiente risuonano echi gaddiani.

Pur se altra, più antropologicamente e sintatticamente elaborata cognizione del dolore percorre le pagine dell’ingegnere brianzolo. Ad entrambi si attagliano bene, mutatis mutandis, le parole di Calvino che, nelle Lezioni Americane attribuì a Gadda l’intento di cercare «...per tutta la vita di rappresentare il mondo come un garbuglio, o groviglio, o gomitolo, di rappresentarlo senza attenuarne affatto l'inestricabile complessità, o per meglio dire la presenza simultanea degli elementi più eterogenei che concorrono a determinare ogni evento».

Ma non si faccia abbagliare il lettore: stiamo ancora navigando, per così dire, sulla superficie. Robusta e profonda quanto si vuole. Comunque medium necessario a Sciascia per esprimere i fondamenti sui quali s’innesta e ruota il racconto. Non soltanto né soprattutto intrighi, calunnie, menzogne, omicidi, depistaggi, omertà. Tutto questo ovviamente c’è e in gran copia. Ma anche oggetti per così dire metafisicamente fisici: vita, morte, bene, male, presagi inquietanti, assenza di certezza, malattia. Il dolore, soprattutto. Un dolore dialettico, arrogante, pancromatico: “Si poteva, ecco, dare il nome dei colori alla diversa qualità del dolore, al suo mutare. Al momento era mutato dal viola al rosso, rosso di fiamma, lingueggiante…”: a ciascuno il suo dolore. Per ora l’iridescente sofferenza è pur sempre vita.

Ma alla fine, quando il cavaliere capisce che la morte pretenderà comunque i suoi diritti, tutto, anche il dolore, si fa “…lattiginoso, di un bianco sporco.”. Non è il nero il colore della morte ma il bianco. Perché le tenebre ci sono consustanziali e, come sostiene Baudrillard, “…sempre ci precedono.” Un bianco triste perché sporco. È questo il vero colore del nulla. Il nero è solo l’aspetto della morte, principio attivo e inevitabilmente determinante. Che si prende sempre il cavaliere per condurlo “…alla chiusa cittadella…”, scoperta metafora del palazzo dal quale, comoda e sicura, muove i suoi oscuri fili l’apparato, la “casta” altrimenti detta mafia o potere. La torre è il luogo del potere. Qui nascono intrighi, congiure e condanne. Qui nascono i “figli dell’ottantanove” presunti o reali che siano. Non importa: l’importante sono l’efficacia, l’efficienza, i risultati. Caso unicissimo di effetto privo di causa.

E poi c’è la terra, la sua terra, la Sicilia. È questa Sicilia, l’Italia, il mondo nel quale Sciascia non si stanca di affondare la penna come un bisturi incandescente. Chirurgia socio-politica della cui inutilità l’autore si mostra alla fine esplicitamente cosciente. Anche se l’esempio, la lunga militanza politica dell’uomo, il suo ostinato “agire” (che non è “fare”) nelle cose e nel mondo parlano un linguaggio diverso. Ma quando presente e futuro manifestano tratti d’irrimediabile e accidiosa pesantezza, non resta che il passato, quella memoria che il mondo vorrebbe cancellare per costruire un ottuso futuro di sottomissione agli idola della modernità che, come grida Pavese, è “...sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo (…) vana parola, un grido taciuto, un silenzio”. Sciascia, insomma, si “converte” al pessimismo. La coscienza gli impone, in una sorta di rovesciamento gramsciano, di guardare al pessimismo di una volontà che pure non vuole cedere al mondo. E da convertito allo sconforto esistenziale che lo ottunde, produce un ultimo colpo di reni per non ridursi inerte a “…guardare l’acqua fangosa scorrere, il tempo, la vita.” Il tolstojano Ivan Il'ic, un secolo prima, aveva mormorato: “La vita, una serie di crescenti sofferenze, vola sempre più rapida verso la fine...”.

Sciascia si autodenuncia in premessa, per non lasciare spazio ad equivoci: “…non ho simpatia per i convertiti: ci si converte sempre al peggio, anche quando sembra il meglio.” L’inizio, le prime pagine, sono già cruciali. Chi si converte intende sempre rimediare ad un errore, vero o presunto tale. Non si limita a sospendere la produzione della deviazione, a bloccare l’erogazione del male. Va oltre, passa armi e bagagli, anima e corpo al nemico di un tempo impegnandosi a fondo per rimediare al malfatto, immergendosi spesso in un radicalismo fondamentalista che genera, aggravandoli, gli stessi problemi che hanno preceduto la conversione. Ma di segno opposto. Il convertito è sempre un pericoloso estremista. “Uno di quei biechi personaggi che nelle Vie crucis delle chiese di campagna, si avvicinano a catturare Cristo.” Ma Cristo è un estremista non convertito. Mentre Paolo di Tarso, estremista convertito, ne ha fatto strame. Sciascia non parla di teologia ma di morale, di prassi, dell’agire quotidiano qui e ora.

È, il Vice commissario - Sciascia, autore e personaggio insieme, uomo della terra di mezzo, tuttavia privo di ascendenze elfiche che pur donando leggerezza di passo non concedono eternità in vita, né fughe, né terre promesse: Valinor è irraggiungibile. È anche, soprattutto, “…uno che si è stancato di resistere ma non ricorda più come ci si arrende.” Accettare la resa è un modo per evitare l’ossessione compulsiva dell’Idea.

Nasce proprio qui il pessimismo di Sciascia, sospinto da “atroce introversione”. Il passato è nebbia sempre fitta e soffocante. Invincibile. Il futuro - morte divora il “gruzzolo di gioia” costato una vita di fatiche e di ricordi. Nessuno sopravvive al passato. Anche Vice - Sciascia, come noi, vive la sua morte soffrendo e ricordando. Però “Tutto mentiva, anche la memoria”. Solo il dolore non mente perché il piacere dipende dal dolore, la vita dalla morte, non viceversa: “Occorre che ci sia il diavolo perché l’acqua santa sia santa. Relazione irreversibile. Il tempo arretra, il rewind millenario è immediato: “Considera questo, Eutifrone: il santo viene amato dagli Dei in quanto è santo ovvero in quanto viene amato è santo?” (Platone, “Eutifrone”; XII). Ecco il tema fondamentale del dialogo fra il cavaliere, il diavolo e la morte, cui l’incisione di Dürer offre attori, voce e boccascena. E il conseguente interrogativo: il bene è tale in sé o prende consistenza ontologica in riferimento al male? La domanda può, ovviamente, essere invertita. Indecidibile relativismo etico e morale nel quale si agita la vita di tutti noi e quella del Vice - Sciascia.

Il personaggio possiede alcune delle caratteristiche che ciascuno vorrebbe trovare negli altri. Noi siamo certi di possedere tutte queste doti ad abundantiam: anche perché gli esami di coscienza si concludono in genere molto rapidamente: onestà, lealtà, attaccamento al dovere, amore per la giustizia. Soprattutto coerenza. Ma dov’è la coerenza del convertito?

Verità e menzogna infine si rivelano. Ma in un altro pensiero “…eterno e ineffabile, il pensiero della mente in cui la sua si era sciolta.” Ancora un’estrema conversione. Come l'ultimo pensiero del consigliere di Corte d'appello Ivan Il'ic: “È finita la morte – disse a se stesso – Non c'è più”. La versione di Sciascia è sancita nell’epitaffio inciso sulla tomba: "Ce ne ricorderemo, di questo pianeta". Con la morte dell’agnostico, del materialista, dell’ex comunista, la memoria riconquista il proprio ruolo nella vita e nella storia.

 

Ultima modifica il Domenica, 06 Dicembre 2020 08:02
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