Lunedì, 11 Gennaio 2021 09:53

CREAZIONE SENZA DIO di Telmo Pievani

in Cultura

Non ho la pretesa
di voler ricercare l’origine
delle facoltà mentali
più di quanto non abbia
quella di cercare l’origine
della vita stessa

Charles Darwin, “L’origine delle specie”

Chi nutrisse qualche interesse per la plural tenzone tra evoluzionisti e creazionisti, ovvero fra neo razionalisti e vetero idealisti o, ancora, fra chi pensa di pensare e chi crede di pensare, potrà con profitto e piacere dar di mano all'agile volume di Telmo Pievani "Creazione senza Dio" (Einaudi; pagg. 137).

Dove, con piglio esplicitamente "partigiano" e penna (o tastiera) voltairiana l'autore solca la procellosa vicenda del confronto tra scienza e fede. Dimostrando come, se la tesi creazionista stricto sensu non ha bisogno di Darwin, è perfettamente vera anche l'affermazione logicamente speculare: Darwin può fare a meno di dio. Anche perché, con buona pace dei sostenitori dell'intelligent design, nell'universo darwiniano l'origine non è importante; il fiat lux è un elemento secondario. Anzi, se mi capite, privo di interesse.

Il lavoro dell'evoluzionista ha inizio quando la vita è già presente ed ogni sforzo viene indirizzato a capire "come" gli esseri viventi si evolvono, non alla ricerca della prima scintilla vitale. Ogni discorso riguardante una creazione più o meno divina, esula dall'interesse specifico della ricerca darwiniana.

Non è certo un caso che Darwin abbia intitolato la sua opera maggiore: “L'origine delle specie per selezione naturale o la preservazione delle razze privilegiate nella lotta per la vita”. Origine delle specie dunque, non della vita. A Darwin interessa lo sviluppo, un processo naturale non gli eventi dai quali le prime forme di vita si sono formate siano essi di natura divina o meno. L'elemento religioso rimane fuori dal sistema darwiniano in linea di principio. Tant'è vero che lo stesso Darwin, nel 1879, spiegava, in una lettera ad uno dei suoi corrispondenti: “Nelle mie fluttuazioni più estreme non sono mai stato un ateo nel senso di negare l'esistenza di Dio. Mi pare che generalmente (e tanto più quanto invecchio), ma non sempre, la migliore definizione del mio pensiero sarebbe: agnostico”. (The Life and Letters of Charles Darwin, a cura di F. Darwin (Murray, Londra 1888) vol. 1, p. 304.

Come si vede Dio e “L'origine delle specie” si collocano in universi nettamente separati.
L' élan vital di bergsoniana memoria è già scattato da epoche immemorabili quando Charles Darwin, giovane suddito di sua Maestà Britannica, figlio di ottima famiglia, salpa a bordo del brigantino Beagle al comando del capitano Fitz Roy per un giro intorno al mondo che lo condurrà ad approdare alle isole Galapagos. Un caso? Forse. Ma certamente il caso gioca un ruolo fondamentale (non assoluto) nello sviluppo della vita.

Pievani lo spiega bene quando afferma che "Nel lancio di una moneta il caso opera regolarmente attraverso le leggi della fisica (...) quindi la legge si esplica in qualche modo attraverso il caso". Lo stesso è accaduto nella formazione del mondo. Casualità e causalità si compenetrano inestricabilmente a generare mutazioni, evoluzioni, estinzioni, progressi e regressi. Disegni intelligenti di origine più o meno divina o suggestioni integralmente creazioniste non trovano posto nello sviluppo dell'evoluzionismo che, come ricorda Giuseppe Montalenti nell'introduzione a "L'origine delle specie", trovò, nella seconda mentà del secolo XIX, numerosi e agguerriti critici: "In Italia, oltre ad alcuni vecchi zoologi e botanici, incapaci di accogliere le nuove idee, è da ricordare fra gli oppositori soprattutto un geologo, l'abate Stoppani, autore de "Il bel Paese".

 

Lunedì, 04 Gennaio 2021 07:31

IL MAESTRO E MARGHERITA di Michail Bulgakov

in Cultura

Senza soffrire, che piacere
ci sarebbe nella vita? Tutto il mondo
si ridurrebbe ad un te deum senza fine
Fëdor Dostoevskij “I fratelli Karamazov”

Allora la luna diventa tempestosa, getta fiumane di luce su Ivan, spruzza la luce in ogni direzione (...) e fino al prossimo plenilunio nessuno inquieterà il professore: né l'assassino col naso infossato di Hesta, né il feroce quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato.” La fine costituisce un nuovo inizio. L'inizio di una nuova, interminabile storia che è, insieme, storia di un giusto, storia di un amore, storia dell'uomo, storia del mondo. Storia impossibile e verissima del Maestro e Margherita. Vicenda teneramente tragica, inafferrabile e illeggibile. Nel senso che non può leggersi nell'accezione comune del termine. L'opera di frantumazione stilistica e strutturale cui Michail Bulgakov sottopone con eccelsa perfidia i molteplici percorsi narrativi del suo lavoro più noto, rende infatti quasi impossibile una lettura tradizionalmente unitaria ed uniforme del testo.

Una formula, dunque, decisamente “scomoda” che impone al lettore salutari sforzi di aggregazione dei significati letterali e metaforici delle narrazioni apparentemente dissociate e dissocianti che si accavallano lungo un percorso sottoposto ad una forse eccessiva teatralizzazione. Caratteristica tuttavia necessaria ad un'opera che intende esplicitamente presentarsi (anche se non solo) come rilettura-scrittura del Faust goethiano nel cui prologo appare chiarissima un'enunciazione di principio alla quale il lettore avveduto deve far sempre e comunque riferimento: “Volete dare un dramma? Datelo a pezzi. (...) A che serve infatti creare un'opera armonica? Il pubblico tanto ve la farà a pezzetti”. Bulgakov ne appare convinto: solo pochi lettori sono in grado di individuare ed apprezzare l'unità armonica di un'opera e di fruirne globalmente gli elementi costitutivi. Meglio sparpagliare le tessere sulla carta e lasciare che il lettore spigoli qua e là secondo che estro comandi.

Ma, anche, necessità pratica inevitabile o quasi date le continue rielaborazioni compositive del testo la cui produzione spazia nell'arco di oltre dieci anni. Insomma Bulgakov fa a pezzi con meticolosa lucidità le plurimillenarie unità aristoteliche di tempo, luogo e azione che lo stagirita riferiva al teatro e che qui riguardano, infatti, un testo che fa della struttura teatrale uno dei suoi paradigmi. Il tempo si dissolve in mille istanti; il luogo si distende tra infinite increspature dello spazio; l'azione esplode in miriadi di schegge vaganti che trafiggono la narrazione. La pesante responsabilità di ricreare il cosmos piomba inattesa sull'incauto spettatore. Si genera così un proficuo anche se scomodo attrito nello sviluppo del significato testuale e della sua allocazione semantica. Bulgakov non agevola certo chi lo segue; lo sconcerta, quasi lo aggredisce, premendo con decisione, di volta in volta, sul registro comico, satirico, grottesco, tragico, romantico, descrittivo e molto altro ancora. Impegnando il lettore, con protervo e illuminante sadismo, in rapide sterzate, significative deviazioni, rischiosi derapages controllee`.

L'azione si svolge su (almeno) tre piani diversi i cui punti di contatto non sono però facilmente decifrabili poiché si collocano su boccascena differenti e percorrono itinerari anche stilistici diversi. Non per caso le vicissitudini dei due protagonisti sono state introdotte nel romanzo alla terza redazione dell'opera. Tre storie diverse, dunque, (il diavolo a Mosca, il Maestro e Margherita; Pilato e Gesù) al cui interno si agitano con moto solo apparentemente browniano più di 80 personaggi, di maggior o minor rilievo, sullo sfondo di una panoplia molto “russa”, dai tratti a volte tolstojani, cekoviani in altre occasioni. Anche Gogol è presente in un “teatro sociale” che, a ben vedere, vive di anime morte. Tre percorsi differenti uniti da un sottile ma indistruttibile filo argenteo: la luna, divinità ancestrale che declina il mondo al femminile.

Dea bianca i cui raggi celesti illuminano il cammino di chi sale verso la luce. Una luce che a volte dilaga, altre ribolle, altre ancora sommerge il mondo. Sempre simbolo dell'amore. Tre narrazioni, insomma, che quasi potrebbero essere lette in totale indipendenza l'una dall'altra. Margherita assume anche il ruolo simbolico della zōe, la vita che non muore contrapposta alla caducità del bìos. Vita purissima e impersonale che la pervade quando, ormai priva di corpo, elemento pneumatico del cielo, vola e si tuffa in un fiume che è brodo primordiale, liquido amniotico, fluido cordone ombelicale che la unisce per sempre alla sua natura albionica immersa nel “...linguaggio del mito poetico anticamente usato nel Mediterraneo (...) in stretta relazione con cerimonie religiose in onore della dea-Luna...” (R. Graves “La Dea Bianca”, pag 14. Adelphi).

La prima delle tre narrazioni, di più agevole lettura e decifrazione, esprime una radicale critica sociale, morale e politica della corruzione e della ottusa e ingorda burocrazia imperante nell'Urss degli anni Trenta. Proprio quella burocrazia staliniana che aveva escluso Bulgakov dalla riserva protetta e privilegiata degli scrittori. La censura sovietica piomberà come una mannaia sulle pagine eretizzanti di Bulgakov. E anche l'autocensura: la prima versione del romanzo verrà bruciata dallo scrittore nel 1930 per salvarla dallo scempio delle forbici staliniane. Anche il Maestro dà alle fiamme il suo manoscritto (ciò appartiene alla seconda narrazione) che Margherita si incaricherà di salvare insieme al suo amore, con la complicità-collaborazione di Satana. In Europa il romanzo sarà pubblicato solo nel 1967 e susciterà l'entusiasmo unanime di pubblico e critica. Eugenio Montale, sul “Corriere della sera” definì il testo di Bulgakov “un miracolo che ognuno deve salutare con commozione”.

Satana, dunque, (o chi per lui) che si materializza a Mosca fin dalle prime battute. E svolge il ruolo, piuttosto insolito, di “giustiziere”. Woland tenta e punisce senza pietà avari, avidi, truffatori, arrivisti, egoisti e profittatori. Non si impegna per conto terzi ma per sé. Si direbbe per amore di giustizia. Non dico per amore. Se impartisce dure punizioni, sa tuttavia elargire premi. E lo fa, in modo del tutto eterodosso, su richiesta di una Parte che non viene mai esplicitamente nominata. È Levi Matteo (figura dell'evangelista) l'intermediario fra passato e presente, fra cielo e terra, che prega (proprio così: prega) Woland-Satana di essere clemente. Così sia: “Riferiscigli che sarà fatto”. I due amanti però non meritano la luce ma solo il riposo. Il cenno autobiografico è evidente. Bulgakov-Maestro morirà infatti cieco mentre sta lavorando al libro che la moglie-Margherita porterà a termine. Si delinea qui, ancora una volta, un evidente riferimento veterotestamentario che addita il dolore innocente. È Giobbe che parla e agisce; il giusto, il generoso, l’onesto Giobbe che sul suo letto di strame vorrebbe requiem aeternam:

”Perché non sono stato come un aborto nascosto, come bimbi che non vedono la luce ? Poiché ora (…) dormirei e sarebbe un riposo per me...”, (Giobbe 3,10)
É, Margherita, cifra e cardine dell'intero romanzo. Ricca, bella, sposata con un uomo che l'adora ma che non è ricambiato. Donna dai tratti faustiani si fa strega per amore. L'alchimista goethiano aveva già prodotto una crisi nel cospicuo panorama letterario dedicato al patto col diavolo. Panorama nel quale spicca il protofaust marlowiano. Il Faust di Goethe è il primo della serie a non chiedere a Mefistofele ricchezze o potere. Vuole solo (e non è certo poco) conoscere ogni cosa, esperire la conoscenza totale del mondo “...si apriranno i vostri occhi e diventerete come Dio” (Gen. 3,5). Tragico Ulisse che tutto vuole sapere e provare, anche il dolore più atroce. In perfetto stile illuministico aspira alla conoscenza assoluta.

Margherita capovolge il paradigma e si fa strega per puro amore. Un amore che esplode violento, che “...ci si parò dinanzi come un assassino sbuca fuori in un vicolo, quasi uscisse dalla terra (altra divinità ancestrale femminile come la luna n.d.r) e ci colpì subito entrambi. Così colpisce il fulmine.” Il fulmine che è soprattutto luce.
Nulla importa del mondo a Margherita. Non la ricchezza né gli agi o i lussi. Non chiede neppure di essere amata: vuole soltanto amare; è strega perché ama. Per questo non sarà davvero punita. Pur se la Luce le sarà negata. Si risolve, qui, il tema fondamentale attorno al quale si muove l'intero meccanismo: il rapporto fra bene e male, fra luce e tenebre. Argomento del resto esplicitamente indicato in apertura con la breve citazione dal Faust:

“Dunque tu chi sei?” “Una parte di quella forza che vuole costantemente il Male e opera costantemente il Bene”.
Argomento cruciale e comune al testo di Goethe e all'opera maggiore di Bulgakov, Satana è il Male ma compie il Bene. Le maiuscole stanno ad indicare l'assoluto. Par di capire che in tal modo il Male, almeno negli esiti, coincida col Bene o gli sia in qualche modo consustanziale. Affermazione sconvolgente e certamente eretica. La spiegazione arriva folgorante e inattesa: senza il Male non può esistere il Bene. Ascoltate le parole di Woland-Satana a Levi Matteo: “...che cosa farebbe il tuo bene, se non esistesse il male? E come apparirebbe la terra se ne sparissero le ombre?” La “luce nuda” è soltanto un “capriccio”. Persino ovvio, dato che poco prima Woland viene definito da Levi “signore delle ombre”. Una tesi che viene da lontano. Addirittura dai Presocratici. Secondo Parmenide riletto da K. Popper, infatti, l'unica vera realtà sono le tenebre poiché “...la notte si colloca nella colonna dell'oscurità, della pesantezza, del corpo, del freddo, della vecchiaia, della morte, del non-movimento, della materia, dell'unico vero essere (...) mentre la luce si colloca nella colonna del non-essere, del vuoto, del non-reale...” (K. R. Popper, “Il mondo di Parmenide”, pag. 112. Piemme).

Ciascuno insomma vanta la propria merce. Ma questo vale anche per la controparte che agisce soprattutto nella terza narrazione, con Gesù che incontra l'egemone Ponzio Pilato e gli rivela la sua natura e, insieme, il senso del perdono. Poiché, come afferma Hanozri ormai sulla croce, il peccato più grave è la codardìa. Pilato lo sa bene perché ha lasciato crocifiggere un giusto per viltà, per quieto vivere e, anche, per motivi politici. Il rimorso lo perseguiterà. Il pentimento, vero e profondo, arriverà a salvarlo grazie al perdono annunciato in precedenza dalle parole di Gesù riportate a Pilato “...ringraziava e non accusava perché gli toglievano la vita.” Ora è la voce di Margherita, imperiosa e potente, a gridare “liberatelo!”. Quella stessa parola che il procuratore non aveva voluto pronunciare per salvare Hanozri. Margherita è il perdono e l'amore che ci salva. Perché “Misericordia io voglio e non sacrificio" (Matteo 9,13). Così Pilato può, dopo “dodicimila lune” di attesa dolente, incamminarsi lungo la strada illuminata dalla maestà della Dea Bianca. Mentre dietro di lui Woland , esseniano maestro di giustizia, compie “...un gesto con la mano in direzione di Jerushalajim e quella si spense”. Le tenebre confermano la natura del reale. Somma giustizia.

Il finale è portato da un sogno e da un grido: “Non ho più bisogno di nulla”. E l’uomo chiamato Pilato sale verso la luna che, essenza femminile del mondo, “...domina e gioca, danza e scherza...”. Cala il sipario sul Maestro e Margherita, su Woland e Hanozri, “… e fino al prossimo plenilunio nessuno inquieterà il professore: né l'assassino col naso infossato di Hesta, né il feroce quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato”.

Domenica, 27 Dicembre 2020 07:17

DONA FLOR E I SUOI DUE MARITI di JORGE AMADO

in Cultura

Il fanciullo non si spaventa affatto di formare pazientemente un vecchio.
È un fanciullo e gioca i suoi giuochi di fanciullo.

A. de Saint-Exupery

Grande giornalista, lucido cronista dell’umanità, Jorge Amado sembra appartenere a quella categoria di intellettuali (artisti?) che, con gesto platealmente programmatico, mostrano di voler sollevare immediatamente il sipario sulla luce violenta del “fatto”, sull’irrefutabile materialità dell’accaduto. Irrimediabile asciuttezza della morte: “Vadinho, il primo marito di dona Flor, morì a Carnevale una mattina, mentre ballava un samba vestito da baiana in Largo 2 Luglio, non lontano da casa”. C’è già tutto, qui, in centocinquanta battute. Due righe e mezzo che contengono un ritratto a tutto tondo del protagonista assoluto di uno dei massimi capolavori prodotti dalla letteratura dell’”altra America” peraltro molto ben fornita di premiatissimi autori.

Ricordate Gabriel Garcia Marquez? Ricorderete allora anche el coronel Aureliano Buendìa “...che promosse trentadue sollevazioni armate e le perse tutte”. E la sua morte? “...e mentre orinava cercò di continuare a pensare al circo, ma ormai non trovò il ricordo. Affondò la testa nelle spalle, come un pulcino, e rimase immobile con la fronte appoggiata al tronco del castagno. La famiglia non se ne accorse fino al giorno dopo.”

Anche per Vadinho, Macondo non è lontano. Waldomiro dos Santos Guimaraes detto, più comodamente, Vadinho, entra in scena con un magistrale coup de theatre: morendo ed esclamando con esiziale rantolo giallastro un carnascialesco “arrivederci”. In realtà, almeno sul piano della narrazione, non cessa mai di essere presente. Anzi è più vivo da morto e gode di una morte dotata di inquietante vitalità. Tutti i primi cinque capitoli, l’intervallo, e i primi due capitoli della seconda parte narrano del tragico evento di Largo 2 luglio e delle sue inevitabili quanto rituali conseguenze. Mentre l’inconsolabile vedova, dona Floripedes, il cui nome, con affettuosa efficacia, viene troncato in Flor, cerca conforto nell’arte delicata della creatività culinaria sospirando con assillante continuità e disperata nostalgia nel ricordo dello scapestrato coniuge. Peccato che sia una canaglia.

Ma le ambasce vedovili di Floripedes causate dalla dipartita del consorte, giocatore compulsivo, irredimibile perdigiorno, spesso crudele persecutore, incontrollabile libertino, appaiono sincere e irrevocabili.
Ha così inizio un lungo, zampillante, grottescamente realistico tour nella società baiana degli anni Venti del secolo scorso i cui connotati popolareschi emergono con variopinto nitore dalle righe del romanzo di Amado. Ma attenzione: non si tratta di feuilleton. Lo spirito superficiale e sbrigativo del romanzo d’appendice, absit injuria verbis, non appartiene al testo amadiano. Emerge infatti molto spesso il tratteggio netto della critica sociale, dell’analisi politica, del contesto sociologico e religioso, cui la narrazione agile, anche se a volte baroccamente esuberante, non fa da paravento riuscendo efficacemente a sottolineare il contesto con raro vigore descrittivo.
Fu, Amado, più volte incarcerato, anche esiliato; un comunista senza ideologia.

O meglio: non è un ideologo. Procede dal basso. Parte dalla constatazione della durissima condizione umana della sua gente e opera alla ricerca di una soluzione. E la trova in un comunismo volontaristico, attivo, istintivo. Utopistico, anche ma sempre in perfetta aderenza con la concreta, tangibile “umanità dell’uomo”. Amado non utilizza lo strumento ideologico per interpretare il mondo ma vede e vive i mali del mondo, trovando nel comunismo un progetto sociale e politico per trasformare la società. L’ideologia c’è ma nasce dalla prassi, l’idea dal lavoro - azione: “Ciò che fin da principio distingue il peggior architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera.” (K. Marx, Il capitale Libro I cap. V).

Amado odia il potere in tutte le sue forme; i padroni, gli alti burocrati, i latifondisti - schiavisti, i ricchi e le chiese alleate delle classi dominanti. Ma, ha spiegato in un’intervista, “... il clero cattolico delle comunità di base e della teologia della liberazione si è mobilitato a fianco del popolo, contribuendo in modo attivo e a volte eroico alle lotte per la soluzione dei nostri gravissimi problemi sociali”.
Eroismo e sacrificio, dunque. Anche nelle pagine del romanzo ci si sacrifica. Dona Flor è vittima perfettamente sacrificale. Penelope senza Ulisse, Blimunda alla disperata ricerca di Baltasar, Didone abbandonata: il rito feroce della convivenza officiato da Vadinho mette a dura prova anche la sua vedovanza. E ricorda, dona Flor, con malinconico struggimento “...quando inghiottiva le lacrime perché lui non notasse il suo pianto, la sua tristezza...”.

Le pagine popolaresche, più che popolari, di Amado potrebbero costituire ciascuna un capitolo di un unico testo da leggersi come opera compiuta. Non come fogliettone. Anche se non sono pochi i malpancisti della “critica critica” (massime brasiliana) che dall’alto di scranni scarnificati da miriadi di tarli intellettualoidi hanno parlato di “...scartafacci di linguaggio povero...” di “...vuoti di idee...” e altre amenità. Certo, l’ordito del testo amadiano assume spesso, direi fortunatamente, contorni telenovelistici. Ma proprio in questo consiste una parte fondamentale dell’ars narrandi dei maggiori prosatori latinoamericani.

Le vicende di Vadinho e dona Flor, si snodano per 573 pagine senza mai scadere nel fotoromanzo. Nella storia di Waldomiro e Floripedes non si agitano figure caricaturali ma tipi sociali densi di umanità. Narrazione pura, d’insostenibile leggerezza ma di luce chiarissima. Scorrono così pagine scintillanti, pervase dal crepitìo incessante come di un tric-e-trac partenopeo. Pagine odorose, adagiate su una Napoli d’Oltremare o lungo un parapetto trasteverino. Ritratto vivido, dai connotati trilussiani, di una civiltà nata nei galeoni negrieri, cresciuta in una terra che deve molto al mare, nel bene e nel male. Terra di capoeira e santerie, di maghi e fattucchiere, dalle quali emerge e si espande un complicato sincretismo religioso, un paganesimo cristianizzante o, se preferite, un cristianesimo paganizzante, di origine africana il cui fulcro è Jemanja, dea marina e mater aeterna venerata con rumorosa e coloratissima ritualità intrisa di superstiziosa e spesso tragica pietas.

Dipimge, Amado, con arte sottile, atmosfere dal sapore umoristicamente nibelungico che si materializzano nelle complicate nomenclature e genealogie divine del candomblè dove regna “...il babalao Didi, in forza della sua dignità di Asobà di Omolu, mago di Ifa, guardiano della Casa di Ossain, e soprattutto per la sua qualità di Korikoé Ulukòtum al Terreiro degli Eguns dell’Armoreira...”. Un humus popolare fertilissimo, denso di umori e sentimenti che commuovono e muovono un’infinita galleria di personaggi molti dei quali, fossero meno rutilanti e caleidoscopici, potrebbero benissimo popolare le pagine di Tolstoj o Dostojevski autori sui quali, oltre a Kafka ed Hemingway, il giovane Amado, si era a lungo soffermato.

E quando Vadinho, incorreggibile fanciullo in veste d’adulto, torna a “farsi vivo”, irresistibile entità fantasmatica, il cerchio si chiude e l’equilibrio della vita viene ripristinato. Un equilibrio difficile, tormentato, instabile, fitto di interrogativi che Floripedes riassume in due righe: “Perché ogni creatura è divisa in due, perché bisogna sempre lacerarsi fra due amori, perché il cuore contiene in una volta sola due sentimenti opposti e contrari?”. Un mondo e un’anima sezionati in parti perfettamente simmetriche. In cornu epistulae, le tranquille, materiali certezze insaporite da pudibonde carezze rigorosamente calendarizzate, garantite dal secondo marito, l'onesto, rassicurante, stimatissimo dott. Teodoro; in cornu evangeli le roventi, irresistibili carezze del quondam Waldomiro, trapassato ma non troppo, che fa rivivere a dona Flor le “...notti intere di vertigine e d’euforia ... e l’impatto dei corpi sfrenati sul letto di ferro”.

È la vita che non muore, la zoè, che si impadronisce della morte di Vadinho e che resuscita sempre nuova col sembiante di un fantasma insinuante e tentatore. Alla fine rimangono stretti tutti e tre, dona Flor e i suoi due mariti, perfettamente complementari nell’annullamento di una morale senza norme e di un’etica priva di immanenza che accetta la presenza di un secondo legittimo, ancorché trapassato, consorte. Tuttavia di comitalità dilettevole ed ectoplasmaticamente efficace ed efficiente nelle discipline talamiche. Così, fra Scilla e Cariddi, Floripedes raggiunge acque amiche e confortevoli nella consapevolezza che “...le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra”.

Sabato, 26 Dicembre 2020 07:59

BUGIE "STORICHE" AD USO PROPAGANDA

in Cultura

La recensione dell'ultimo libro di Desmond Morris mi riporta alla mente una sequenza di tante altre bugie propagate agli urbi e agli orbi attraverso la pittura e, in tempi recenti, dai film e dalle fotografie.
Mi limito a pochi esempi: due tele raffigurano Leo da Vinci mentre è accanto ad una conca del Naviglio della Martesana, a Milano; una seconda lo mostra morente tra le braccia del re di Francia. Due gigantesche bugie "artistiche" (non esiste uno straccio di prova che LdV lavorò ad un Naviglio, tra l'altro già esistenti al suo arrivo a Milano, mentre dell'assenza del re al suo capezzale parlano i documenti ufficiali) che sono entrate nel credere comune tipico dei gonzi a cui si fa bere fuorché le verità. Credenze ancor oggi valide, tra l'altro.
A seguire, la filmografia ha imposto tali e tante bugie ritenute verità coca-colate che vi è solo l'imbarazzo della scelta. Negli Stati Uniti, ad esempio, i cosiddetti film storici hanno sostituito lo studio scolastico (e qui non è chiaro chi tra le due scuole sia la peggiore): per gli statunitensi miti suoni e gesti visti in un film sono la verità (inclusi i perepepè delle trombe nei film sui Romani, manco ci avessero tramandato uno spartito inoppugnabile).

Fotografia: una su tutte è il miliziano che muore di Robert Capa. Per decenni fotografi di grido e storici della fotografia hanno riempito pagine su pagine di libri e riviste per decidere se il miliziano è colpito a morte oppure se finge. Eppure la domanda da farsi è un'altra: se quell'immagine mostra la realtà del fatto. In tempi recenti è stata ritrovata la scatola metallica contenente i negativi di Capa, con l'intera sequenza di scatti di quel giorno, ritrovamento che conferma quanto a suo tempo raccontato dal fotografo, ovvero: lui doveva rientrare a Madrid, ma non avendo niente di nuovo da vendere ai giornali chiese ad un gruppo di miliziani di simulare un'uscita dalla trincea (e numerosi scatti lo confermano, coi miliziani ridenti che ripetono la scena più volte).

Poi il momento fatale: un cecchino prende la mira e spara colpendo uno dei miliziani nell'esatto momento dello scatto di Capa. Quindi: la foto è vera se interpretata nel verso del miliziano morto, la foto è falsa se interpretata secondo le didascalie che vogliono che lo stesso sia morto durante una vera azione di guerra. Vinse la seconda, addolcita dal fatto che, comunque sia andata, l'immagine colpì il pubblico dei lettori forse e più di tanti articoli scritti. Resta il fatto che una mezza verità resta pur sempre un'intera bugia.

Sabato, 26 Dicembre 2020 07:29

RIPUBBLICATO "SUICIDIO A FIOR D`ACQUA"

in Cultura

Cari amici,

vogliamo formularvi i nostri auguri più sinceri. di trascorrere serenamente gli ultimi giorni di un anno dalla perfidia implacabile: che ha portato con sé sofferenze di molti e angoscia dei più, e un diffuso sentimento di precarietà e disgregazione.

Percepire quanto sia fragile la condizione umana non è in sé deleterio: è un pensiero che dovrebbe accompagnarci sempre, contro quello che Leopardi chiamava "fetido orgoglio". Distruttivo è invece disperare che la razionalità e la scienza possano contrastare ciò che ci sta davanti, e smarrire la prospettiva storica nella quale inserire la crisi che ci è toccato di vivere.

Credere che ci sarà per tutti noi un futuro è il solo modo per propiziarne le condizioni.

Così vogliamo unire ai nostri auguri la comunicazione di un evento piccolo, ma che forse ha il significato di testimoniare il nostro impegno e le nostre speranze.

La nostra editrice Polyhistor ha ripubblicato Un suicidio a fior d'acqua. Racconto umoristico, un romanzo di Antonio Ghislanzoni (1824-1893) interamente ambientato nel 1854 a Lecco, sua città natale: protagonisti e comprimari si muovono in uno spazio per noi riconoscibilissimo, tra l'albergo della Croce di Malta e il Teatro Sociale, tra contrada Larga (l'attuale via Cavour) e il Caldone, tra il Lazzaretto e la Maddalena, tra il Caleotto e Germanedo.

Un romanzo di formazione che è, ad un contempo, una parodia delle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo. Un romanzo non più pubblicato dal 1888, e a Lecco quasi del tutto ignorato: e forse a ciò non è stato estraneo un giudizio severo sulla città e il modo di pensare dei suoi abitanti. Il romanzo (ISBN 978-88-945037-3-9), a cura di Franco Minonzio, sarà disponibile nei primi giorni del nuovo anno.

 

Con affettuosa e viva cordialità

Libreria Parole nel tempo

Domenica, 20 Dicembre 2020 08:56

“C’è una veste bianca anche per noi”

in Cultura

Le storie delle persone sconosciute al grande pubblico e la pandemia di coronavirus

un nuovo libro di Vittore De Carli edito dalla Libreria Editrice Vaticana

C’è una veste bianca anche per noi (pag. 130; Euro 10,00) il nuovo volume edito dalla Libreria Editrice Vaticana – Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, a firma di Vittore De Carli, «non è un libro da leggere, da studiare», o per imparare a «fare» qualcosa. Questo «è un libro per conversare». Per avviare un dialogo, per creare e coltivare un'amicizia, per seminare domande e risposte, per cercare insieme «una sapienza più alta, un pensiero più umile, una preghiera più sincera». Per scoprire, insieme, che «c'è una veste bianca anche per noi». Così l'arcivescovo di Milano, Mario Delpini, metropolita di Lombardia, scrive nella prefazione al volume.

Si tratta di un testo che raccoglie le storie di sedici persone che hanno contratto il coronavirus. Sedici storie che hanno nell'esperienza della malattia il denominatore comune. Ma questo è solo un primo livello del discorso. Perché c'è qualcosa di più profondo, ad accomunarle: la dimensione della testimonianza. Ecco: quelle sedici persone – padri e madri di famiglia, professionisti e operai, medici e infermieri, laici ma anche preti e, fra loro, pure un vescovo, quello di Cremona – sono innanzitutto dei testimoni.

C'è chi è guarito e ha potuto raccontare a De Carli la sua esperienza in prima persona. E c'è chi non ce l'ha fatta, e la sua storia è affidata alla voce di chi l'ha conosciuto, affiancato, amato. Ma tutti e sedici – chi è tornato alla vita dopo aver rischiato la morte, chi ha ricevuto il dono di una vita nuova – hanno in comune il fatto – usando il linguaggio dell'Apocalisse al quale attinge il titolo del libro – di essere passati attraverso la «grande tribolazione» e di aver lavato le proprie vesti «rendendole candide nel sangue dell'Agnello».

La «grande tribolazione» è la pandemia di coronavirus che nella primavera del 2020 ha avuto in Lombardia l'epicentro italiano: e sono tutti lombardi, quei sedici (e c'è pure chi viene dalla "zona rossa" di Lodi), anche se le loro storie assumono un valore che supera ogni confine e appartenenza. La «veste candida» è segno del martirio. Inteso nel suo significato autentico di testimonianza. Perché questo, sono i sedici del libro: testimoni. Non parlano di sé e per se stessi, ma agli altri e per gli altri. Con le loro storie di malattia, sofferenza, solitudine, solidarietà, che per alcuni sono culminate nella guarigione, per altri nell'agonia e nella morte, questi testimoni provocano la nostra intelligenza, la nostra libertà, il nostro cuore, la nostra fede. In queste storie si mette in gioco il senso della vita e delle relazioni fondamentali con gli altri, con noi stessi, con Dio. Sono testimonianze che chiamano a «una sapienza più alta», come riconosce l'arcivescovo Delpini.

E lo fanno non con i discorsi edificanti, ma con il racconto di esperienze concrete, spesso drammatiche, sempre commoventi, dove nella tragedia della pandemia riescono a insinuarsi i raggi di sole di una solidarietà, un sorriso, una speranza. Incontrati camminando "nella compagnia" di amici e familiari, di medici, infermieri, cappellani. E di Dio. Ecco: la famiglia e la fede sono i due appigli sicuri nella prova della malattia che queste storie restituiscono. Messi a dura prova, certo. Ma alla fine affidabili. Il libro, inoltre, mostra il tanto bene nascosto, accaduto nei mesi terribili della prima ondata della pandemia. E sono, tutti questi, beni preziosi per il nuovo tempo di prova, con la pandemia che torna a farsi minacciosa e letale.

Il libro, inoltre, raccoglie e restituisce storie di persone sconosciute al grande pubblico. Solo la malattia e la guarigione del vescovo di Cremona, Antonio Napolioni, e il sacrificio di Gino Fasoli – medico in pensione rientrato in servizio per aiutare i colleghi in emergenza, e ucciso dal virus – hanno avuto una qualche risonanza mediatica. Per il resto: nel libro si incontrano madri e padri, lavoratori, pensionati, sacerdoti, persone diversamente abili, volontari, tutti ignoti al circo mediatico. E dello stesso Fasoli sono offerti tratti e pagine inediti. A proposito dei volontari: l'impegno nell'Unitalsi, della cui Sezione Lombarda è presidente De Carli, è uno dei tratti che accomuna persone e storie narrate in queste pagine. Ebbene: nel 2021 l'Unitalsi Lombarda celebra i suoi cent'anni di vita.

Farlo nello scenario drammatico di questa pandemia diventa – anche con l'aiuto del libro di De Carli – un'occasione per approfondire e rinnovare l'identità e la missione dell'Unitalsi. La sua testimonianza di carità, servizio, prossimità. Ed è emblematico che De Carli abbia voluto dedicare il libro ad una persona che ha vissuto l'amore per gli ultimi nel nascondimento e fino al dono totale di sé: don Roberto Malgesini, il prete della diocesi di Como ucciso il 15 settembre 2020 da uno dei poveri che aiutava. Lui, la sua «veste bianca», l'ha indossata ogni giorno senza che nessuno se ne avvedesse. Ed è una nuova testimonianza, a illuminare il cammino di ciascuno alla scoperta che davvero «c'è una veste bianca anche per noi».

 

Lunedì, 14 Dicembre 2020 07:11

NUOVO CONCORSO LETTELARIAMENTE SULL'AMBIENTE

in Cultura

Concorso Incipit 2021

EMERGENZA CLIMATICA
ALLA RICERCA DELL’AMBIENTE

Quest’anno Lettelariamente vuole cambiare!

Tutto sta cambiando intorno a noi e anche la nostra proposta vuole essere diversa, più concreta. Manteniamo l’impegno sul tema già proposto nella scorsa edizione: “Emergenza climatica” ma con un occhio più attento alla realtà che ci circonda, quella che possiamo vivere e verificare quotidianamente.
INCHIESTA GIORNALISTICA

A volte pensiamo che la questione ecologica riguardi solo temi di portata planetaria mentre anche a livello locale è possibile osservare comportamenti o scelte che tutelano oppure danneggiano l’ambiente e l’ecosistema. Pensare globalmente e agire localmente è la chiave per iniziare a risolvere questo tipo di questioni.

Ti chiedo: nel tuo Comune o nel tuo quartiere l’ambiente è rispettato, tutelato, violato? Inviaci un’inchiesta scritta con stile giornalistico che documenti una situazione di degrado ambientale OPPURE una soluzione trovata nel tuo Comune per difendere l’ambiente e diffondere l’ecologia.

Raffaele Mantegazza

Professore associato di Pedagogia Interculturale presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Milano Bicocca.

Oltre alla militanza politica diretta ha fondato un gruppo di ricerca che si interroga attorno alle categorie di una possibile pedagogia della resistenza nei confronti di ogni tipo di dominio e di arroganza del potere.

Ha pubblicato tra l’altro: “Pedagogia della morte. Esperienza della fine ed educazione al congedo” (Troina, 2003), “Sana e robusta costituzione. Percorsi educativi nella Costituzione Italiana” (Molfetta, 2004), “Manuale di didattica interculturale. Tracce, pratiche, politiche per l’educazione alla differenza” (Milano, 2008), “Educazione e poesia” (Troina, 2009), “Educare le emozioni” (Elledici, 2017), “I colori dell’educazione. Viaggio cromatico nei temi della pedagogia” (Elledici 2019)

Concorso di scrittura su Incipit di Raffaele Mantegazza XIII edizione
Categoria: Scuole Secondarie di Primo e Secondo grado e giovani fino a 25 anni


REGOLAMENTO

Il concorso é rivolto ai giovani che dovranno realizzare un testo con taglio giornalistico. Può essere un’intervista, una ricerca sul campo, una proposta da presentare al proprio Comune, un lavoro di gruppo, un intervento del consiglio comunale dei ragazzi. L’articolo dovrà essere documentato e reale come un’inchiesta giornalistica seria dovrebbe fare.

L’incipit verrà distribuito e pubblicizzato dal 30 novembre 2020.

 

Partecipanti
Possono concorrere tutti gli studenti delle Scuole Secondarie di Primo e Secondo grado e giovani di età non superiore a 25 anni.

Testo da elaborare
Il testo deve avere una lunghezza massima di 4000 battute o 650 parole e può essere corredato da una illustrazione creata personalmente dal candidato oppure da una fotografia o un video.
Inviare il testo e il modulo d’iscrizione in formato word e per quanto riguarda le immagini in formato JPEG di buona risoluzione.
Ci riserviamo il diritto di eliminare dal concorso i partecipanti che non rispetteranno queste indicazioni.

Consegna e scadenza
La consegna dovrà avvenire entro il 20 febbraio 2021 tramite e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Dovrà, inoltre, essere corredata dal MODULO di PARTECIPAZIONE compilato in tutte le sue parti (disponibile di seguito.
Modulo e racconto dovranno essere inviati all’Associazione via e-mail come allegati distinti non in formato pdf.

Giuria
Presieduta da Luca Pedrazzoli, direttore del Servizio Giovani del Comune di Lecco, la giuria procederà alla selezione dei lavori migliori che saranno premiati e pubblicati in un’antologia.
I lavori inviati verranno divisi in due categorie:
-studenti scuola Secondaria di Primo grado
-studenti scuola Secondaria di Secondo grado e giovani fino ai 25 anni.

Premi
I primi tre classificati di ognuna delle due categorie verranno premiati sia con una copia dell’antologia che con buoni-acquisto libri di € 50,00.

Premiazione
La premiazione è prevista per sabato 5 giugno 2021 in occasione della Giornata mondiale dell’Ambiente.

Altre informazioni su www.lettelariamente.it

 

Domenica, 13 Dicembre 2020 08:10

CAMMINARE di Henry David Thoreau

in Cultura

Nessun ritorno da Troia
durò più a lungo
di quello di Telemaco
Roberto Calasso, “Il cacciatore celeste”

 

L’inizio stabilisce un principio. Un nucleo fisso attorno al quale ruoterà tutto il resto: “Vorrei spendere una parola in favore della Natura, dell’assoluta libertà e dello stato selvaggio, contrapposti a una libertà e una cultura puramente civili; vorrei considerare l’uomo come abitatore della Natura, come sua parte integrante e non come membro della società.” Temi precisi e inequivocabilmente moderni, pur se non esenti da suggestioni illuministiche, nell’era del riscaldamento globale, della liquefazione dei ghiacci polari, dell’inquinamento planetario, delle specie in via di estinzione. E della Natura, sempre maiuscola, sofferente a causa della scriteriata e forse inarrestabile civiltà del progresso ad ogni costo e della crescita infelice. Tutto questo, Henry David Thoreau (Concord, 1817 - 1862), americano innamorato dell’Ovest l’aveva avvertito con un secolo di anticipo. E ne aveva fatto un motivo di opposizione netta nei confronti della “civiltà”.

Contestazione praticata con le armi della critica, della poesia, della filosofia, della parola, detta e scritta, per lanciare un allora quasi del tutto inascoltato grido d’allarme dalle risonanze romantiche, spesso percorse da un evidente integralismo ecologista. Un ambientalista ante litteram, insomma, il cui manifesto, “Walking”, venne condensato nel 1851 in una conferenza al Concord Lyceum per diventare col tempo uno dei testi più letti e discussi dei decenni successivi nell’America della Nuova frontiera.

Ma Thoreau non delinea confini, non erige muri invalicabili né propone catarsi rivoluzionarie. Il suo “trascendentalismo filosofico” mutuato dallo spirito hegeliano e sostenuto da compagni di viaggio come Hawthorne, Irving, Whitman, Emerson, si esprime in conferenze, saggi, poesie che hanno come presupposto la consapevolezza che l’umanità dipende totalmente dalla Natura e da un rigoroso equilibrio nel rapporto uomo - mondo. Un mondo che già nel XIX secolo si stava avviando in una direzione forse senza sbocco.

Un vero e proprio vaticinio produce Thoreau: “…quasi ogni cosiddetto miglioramento a cui l’uomo possa por mano, come la costruzione di case e l’abbattimento di foreste e di alberi secolari, perverte in modo irrimediabile il paesaggio (…) Ah, se la gente cominciasse a bruciare le staccionate e lasciasse vivere le foreste!”. Cent’anni più tardi Karl Jaspers scriverà: “Dopo l’azione esercitata con la tecnica sulla natura, l’uomo si trova a dover subire la reazione del procedimento tecnico…” (K. Jaspers, «Origine e senso della storia», Comunità, Milano 1965).

Chiarissimo.
Nelle pagine intense di “Walking” Thoreau indica un percorso ma non un approdo. L’importante è mettersi in cammino, vagare, attraversare il bosco, respirare la foresta. Le prime pagine erogano un elogio dell’arte del Camminare “ossia di fare passeggiate”. Propone, l’autore, un omaggio al vagabondo, il cui procedere assume i connotati di un viaggio nel e per il mondo, declinato qui in netta contrapposizione alla civiltà, dove “sentirsi a casa propria ovunque, pur non avendo casa in nessun luogo”. Nessun luogo fisico. Nessuna topologia è possibile. Non esiste un punto d’arrivo per il vagabondo, né per la sua etica. Il viandante - Thoreau “…a differenza del viaggiatore che percorre la via per raggiungere una meta, aderisce di volta in volta ai paesaggi che incontra”. Per lui non sono che “…luoghi di transito in attesa di quel luogo, Itaca, che fa di ogni terra una semplice tappa sulla via del ritorno”. (U. Galimberti, «Psiche e techne». Feltrinelli, 2019).

Non le potenti arti magiche di Circe, né i lacci muliebri di Calipso sono in grado di trattenere l’eroe. Ulisse, traduce Pindemonte, siede “mesto sul deserto lido”. Certo, prova nostalgia di casa ma soprattutto “dell’infecondo mare”. Presto riprenderà a “fendere co’ remi il seno a Teti”, a solcare l’ignoto, a vagabondare tra i flutti, immerso nell’elemento naturale più vasto; non cerca un porto sicuro. Meta dell’odissea, in realtà, non è il talamo nuziale scavato nel grande ulivo a Itaca, né l’attracco a isole felici. Tiresia, veggente senza vista, vede e prevede il destino di Odisseo, quando a Itaca giustizia sarà stata fatta e i Proci sterminati: “allora parti, prendendo il maneggevole remo / finché a genti tu arrivi che non conoscono il mare… (…) /morte dal mare ti verrà, molto dolce, a ucciderti vinto / da una serena vecchiezza. (…) Questo con verità ti predico”.

Lo scopo è dunque, per Ulisse e per noi tutti, il viaggio in sé come anelito indistruttibile e insaziabile alla conoscenza che del viaggio è effetto collaterale, cifra della vita intesa come percorso fra due estremi che non sapremo mai. Nessuna erma ci indica la destinazione finale. È questo il senso, della radice mitica del nomadismo essenziale che dovrebbe muoverci: l’andare gratuito. Thoreau, vagabondo dei boschi, è Ulisse e si immerge nell’archetipo di ogni vagabondare perché tutti noi “…dovremmo avanzare, anche sul percorso più breve, con imperituro spirito di avventura, come se non dovessimo mai far ritorno …”. Itaca è solo una sosta propedeutica a un’ulteriore erranza. Chi ritorna subisce una sconfitta poiché, a meno che non riparta, rinuncia a procedere, si ferma.

Proprio come accade all’altro Ulisse, nostro moderno e più realistico ritratto. Mr. Bloom, racconta Joyce, torna a casa. Questa è la sua meta e, insieme, la sua sconfitta: l’autore uccide il mito per partorirne un altro tramite un’inversione radicale della significatività dello spazio e del tempo che, afferma Hans Blumenberg, “…deve essere strappata all’indifferenza riducendo la cornice spazio - temporale -in ironico contrasto col dispendio omerico di mondo e tempo- alla gratuità di un giorno …” (H. Blumenberg, «Elaborazione del mito». Il Mulino, 1979).

Anche i vagabondaggi di Thoreau non durano mai più di un giorno e l’orizzonte, pur se irraggiungibile, può sempre essere desiderato e descritto: presupposti di un ritorno che è anch’esso un vagabondare verso una regressione salvifica allo stato di natura, a come eravamo. L’ambientalista di Concord guarda, a quella “vita prior” dalla quale siamo caduti nel mondo. Ma non c’è un Eden ad attenderci al termine del viaggio: “Camminando, ci dirigiamo naturalmente verso i campi ed i boschi: cosa sarebbe di noi se ci fosse dato camminare unicamente in un giardino…?”. Quel giardino, oggi lo sappiamo, è perduto per sempre. In questo consiste forse la punizione divina: aver desiderato, un tempo, raggiungere una meta che ci era stata interdetta: Così, raggiungendo l’obiettivo fatale, siamo diventati Uomo, l’”animale non ancora stabilizzato” di cui parla Nietzsche, alla perenne ricerca di ciò che sempre gli sfugge. Il passo lento del viandante non deve fermarsi. Anche se il bosco, la foresta, lo attendono, non sono lì per lui. Infatti “…il paesaggio, non appartiene a nessuno…”.
Ma c’è un’altra, forse più famosa e meno amichevole foresta, descritta 50 anni più tardi da Conrad. È, quella che scorre davanti agli occhi di Marlow mentre naviga sul fiume Congo. Un luogo oscuro dal quale provengono cupe risonanze: il luogo del nulla, dell’indecifrabile, dell’assenza di senso, suscitatore di orrore dell’ignoto che riempie il cuore di tenebra. In questa foresta, che non è, come per l’uomo di Concord, bosco verdeggiante ma oscuro abisso, sta in attesa l’indicibile e angosciante presenza del nulla.

La prosa di Thoreau è, al contrario, luminosa disseminazione di significato, sostenuta da un fraseggio crepitante, che procede a scatti, per brevi segmenti. Digitale, diremmo oggi, con un flusso narrativo che guarda meno alla struttura del periodo che all’epigrafe, pur non disdegnando il verso: “Cos’è mai, cos’è mai? / solo una direzione, laggiù / la semplice possibilità /di andare in un luogo qualsiasi /…”. Ma procedere senza meta non significa imboccare sempre la corretta via poiché l’assenza di traguardo non presuppone l’assenza di una direzione: “Non è indifferente scegliere l’una o l’altra strada. Solo una è quella giusta.” È la natura la bussola del vagabondo: E c’è uno strumento infallibile chiamato istinto che, rivela autobiograficamente Thoreau, punta sempre …”il sud ovest, verso un bosco, un prato, un pascolo abbandonato…”. L’Ovest, appunto, la “frontiera”, la nuova terra, promessa e vergine. Nessuna strada giusta muove verso l’Est. Là c’è la vecchia Europa che i padri Pellegrini si lasciarono alle spalle per fondare un Nuovo mondo e una nuova morale. Per queste ragioni “Verso est vado solo se costretto, ma verso ovest mi dirigo liberamente.”

C’è un altro grande scrittore nelle cui opere il Male proviene sempre dall’Est e la salvezza si può raggiungere solo dirigendosi all’Ovest. J. R. R. Tolkien, cent’anni dopo Thoreau, svilupperà la stessa geografia longitudinale nel ciclo dell’Anello, utilizzando le medesime coordinate.
In “Walking” nessuna vita, nessuna speranza muove verso est anche se tutti noi proveniamo da un Oriente biblico, dunque mitico, al quale desideriamo ritornare. E insieme a Thoreau, “…ci dirigiamo naturalmente verso i campi e i boschi…” ondivagando verso il tramonto, in direzione di “un Ovest remoto e puro come quello in cui il sole si inabissa.”

Il prestito a domicilio sarà attivo fino a venerdì 11 dicembre per le consegne già concordate
Per effetto del DPCM del 3 dicembre, da mercoledì 9 dicembre la Biblioteca civica di Lecco riapre su prenotazione i servizi di prestito e consultazione in sede da lunedì a sabato dalle 9 alle 12.30 e dalle 14 alle 18.30.

È possibile effettuare le prenotazioni telefonando in orario d’apertura allo 0341 481122, inviando una mail ad Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure online attraverso il portale OPAC SBN Lecco. Per il servizio di consultazione in sede per ricerche bibliografiche e approfondimenti occorre prendere un appuntamento telefonico chiamando il numero 0341 481128.

Gli utenti che ritireranno quanto prenotato potranno, se lo desiderano, anche accedere a un’area espositiva con novità e proposte natalizie sia per adulti sia per ragazzi di libri, film, fumetti, riviste e cd. In occasione delle festività i bibliotecari hanno inoltre preparato dei sacchetti con prestiti “a sorpresa” contenenti, libri, riviste e film a tema natalizio per adulti e per bambini, che sarà possibile richiedere al momento della prenotazione.

Il prestito a domicilio sarà attivo fino a venerdì 11 dicembre, per l’effettuazione delle consegne concordate, mentre per la restituzione dei documenti in prestito è attivo 24 ore su 24 il box di autorestituzione all’ingresso della biblioteca.

Si ricorda che è attiva la biblioteca digitale MLOL, con la sua ricca offerta di quotidiani e riviste in formato elettronico, ebook, audiolibri e migliaia di contenuti digitali ed è possibile usufruire del servizio di fornitura documenti per richiedere la riproduzione digitale di parti di libri e periodici, nei limiti posti dalla normativa sul diritto d'autore, scrivendo a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Domenica, 06 Dicembre 2020 07:53

IL CAVALIERE E LA MORTEdi Leonardo Sciascia

in Cultura

«Alla fine, però,
l’Ombra riapparve
E il suo potere
si ingrandi'"

J.R.R. Tolkien, “Il Silmarillon”

“Ed è così che a volte le cose semplici diventano maledettamente complicate”. Apparente banalità di un testo che indica in realtà il taglio sottile ma netto che separa passato e futuro. Meglio: assenza di passato e assenza di futuro. Il presente, insomma, descritto da Sciascia come “memoria da abolire” e in effetti abolita da una società oscura e onnivora nella quale chiesa e Stato, parti e partiti, uomini e no, asserviti da un’oscura legge universale, univocamente cospirano nella determinazione di un mondo che da sempre vuole “…essere indegno della vita… Ingegnoso e feroce nemico della vita, di se stesso.”
Inguaribile pessimista. Sciascia è siciliano purosangue e in quanto tale profondo conoscitore dei recessi carsici lungo i quali scorre il fiume tossico del potere e dei poteri.

Per questo vede, per questo scrive il fecondo polemista, saggista, autore di alcuni fra i più famosi e discussi romanzi del Dopoguerra: mafia, amore, morti ammazzati, volti omertosi, voci spezzate, indagini senza fine, fine tragicamente annunciata.
L’inizio del breve romanzo “Il cavaliere e la morte” (non il suo più famoso) è perfetta ipotiposi del pensiero, direi della coscienza, dell’autore. Con incipit programmatico, immediatamente la lettura viene indirizzata al fluire del tempo, orientata al passato, una spinta appena attenuata dalla modalità avverbiale, prima parola della prima frase: quando.

In quell’avverbio (unico caso nel lessico italiano) risuona l’onomatopea del gerundio a rappresentare l’ininterrotta, contigua continuità del prossimo-remoto nell’oggi. Il senso della memoria, cifra e figura necessaria, anche se non sufficiente, di ogni identità storica, sociale, individuale. A Sciascia, con tutta evidenza, interessa molto (ma non solo) la lezione dei fatti, dunque della storia che produce per parafrasi progressiva la cronaca. Nera in questo caso. Nerissima. Per questo c’è un Vice commissario all’opera. Per questo c’è un morto ammazzato. Per questo e su questo si indaga. Tuttavia, già lo sappiamo, invano. Sul piano della dinamica, della scrittura, dei personaggi, c’è in Sciascia un sottile ma evidente filo d’Arianna che muovendo esplicitamente da Tolstoj e da “La morte di Ivan Il’ic” passa per Gadda e il “pasticciaccio” (nel quale si muove con studiata flemma il tenace e lucidamente distratto il commissario Ingravallo), per terminare al poliziotto inquirente del romanzo di Sciascia. Anche in alcune descrizioni d’ambiente risuonano echi gaddiani.

Pur se altra, più antropologicamente e sintatticamente elaborata cognizione del dolore percorre le pagine dell’ingegnere brianzolo. Ad entrambi si attagliano bene, mutatis mutandis, le parole di Calvino che, nelle Lezioni Americane attribuì a Gadda l’intento di cercare «...per tutta la vita di rappresentare il mondo come un garbuglio, o groviglio, o gomitolo, di rappresentarlo senza attenuarne affatto l'inestricabile complessità, o per meglio dire la presenza simultanea degli elementi più eterogenei che concorrono a determinare ogni evento».

Ma non si faccia abbagliare il lettore: stiamo ancora navigando, per così dire, sulla superficie. Robusta e profonda quanto si vuole. Comunque medium necessario a Sciascia per esprimere i fondamenti sui quali s’innesta e ruota il racconto. Non soltanto né soprattutto intrighi, calunnie, menzogne, omicidi, depistaggi, omertà. Tutto questo ovviamente c’è e in gran copia. Ma anche oggetti per così dire metafisicamente fisici: vita, morte, bene, male, presagi inquietanti, assenza di certezza, malattia. Il dolore, soprattutto. Un dolore dialettico, arrogante, pancromatico: “Si poteva, ecco, dare il nome dei colori alla diversa qualità del dolore, al suo mutare. Al momento era mutato dal viola al rosso, rosso di fiamma, lingueggiante…”: a ciascuno il suo dolore. Per ora l’iridescente sofferenza è pur sempre vita.

Ma alla fine, quando il cavaliere capisce che la morte pretenderà comunque i suoi diritti, tutto, anche il dolore, si fa “…lattiginoso, di un bianco sporco.”. Non è il nero il colore della morte ma il bianco. Perché le tenebre ci sono consustanziali e, come sostiene Baudrillard, “…sempre ci precedono.” Un bianco triste perché sporco. È questo il vero colore del nulla. Il nero è solo l’aspetto della morte, principio attivo e inevitabilmente determinante. Che si prende sempre il cavaliere per condurlo “…alla chiusa cittadella…”, scoperta metafora del palazzo dal quale, comoda e sicura, muove i suoi oscuri fili l’apparato, la “casta” altrimenti detta mafia o potere. La torre è il luogo del potere. Qui nascono intrighi, congiure e condanne. Qui nascono i “figli dell’ottantanove” presunti o reali che siano. Non importa: l’importante sono l’efficacia, l’efficienza, i risultati. Caso unicissimo di effetto privo di causa.

E poi c’è la terra, la sua terra, la Sicilia. È questa Sicilia, l’Italia, il mondo nel quale Sciascia non si stanca di affondare la penna come un bisturi incandescente. Chirurgia socio-politica della cui inutilità l’autore si mostra alla fine esplicitamente cosciente. Anche se l’esempio, la lunga militanza politica dell’uomo, il suo ostinato “agire” (che non è “fare”) nelle cose e nel mondo parlano un linguaggio diverso. Ma quando presente e futuro manifestano tratti d’irrimediabile e accidiosa pesantezza, non resta che il passato, quella memoria che il mondo vorrebbe cancellare per costruire un ottuso futuro di sottomissione agli idola della modernità che, come grida Pavese, è “...sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo (…) vana parola, un grido taciuto, un silenzio”. Sciascia, insomma, si “converte” al pessimismo. La coscienza gli impone, in una sorta di rovesciamento gramsciano, di guardare al pessimismo di una volontà che pure non vuole cedere al mondo. E da convertito allo sconforto esistenziale che lo ottunde, produce un ultimo colpo di reni per non ridursi inerte a “…guardare l’acqua fangosa scorrere, il tempo, la vita.” Il tolstojano Ivan Il'ic, un secolo prima, aveva mormorato: “La vita, una serie di crescenti sofferenze, vola sempre più rapida verso la fine...”.

Sciascia si autodenuncia in premessa, per non lasciare spazio ad equivoci: “…non ho simpatia per i convertiti: ci si converte sempre al peggio, anche quando sembra il meglio.” L’inizio, le prime pagine, sono già cruciali. Chi si converte intende sempre rimediare ad un errore, vero o presunto tale. Non si limita a sospendere la produzione della deviazione, a bloccare l’erogazione del male. Va oltre, passa armi e bagagli, anima e corpo al nemico di un tempo impegnandosi a fondo per rimediare al malfatto, immergendosi spesso in un radicalismo fondamentalista che genera, aggravandoli, gli stessi problemi che hanno preceduto la conversione. Ma di segno opposto. Il convertito è sempre un pericoloso estremista. “Uno di quei biechi personaggi che nelle Vie crucis delle chiese di campagna, si avvicinano a catturare Cristo.” Ma Cristo è un estremista non convertito. Mentre Paolo di Tarso, estremista convertito, ne ha fatto strame. Sciascia non parla di teologia ma di morale, di prassi, dell’agire quotidiano qui e ora.

È, il Vice commissario - Sciascia, autore e personaggio insieme, uomo della terra di mezzo, tuttavia privo di ascendenze elfiche che pur donando leggerezza di passo non concedono eternità in vita, né fughe, né terre promesse: Valinor è irraggiungibile. È anche, soprattutto, “…uno che si è stancato di resistere ma non ricorda più come ci si arrende.” Accettare la resa è un modo per evitare l’ossessione compulsiva dell’Idea.

Nasce proprio qui il pessimismo di Sciascia, sospinto da “atroce introversione”. Il passato è nebbia sempre fitta e soffocante. Invincibile. Il futuro - morte divora il “gruzzolo di gioia” costato una vita di fatiche e di ricordi. Nessuno sopravvive al passato. Anche Vice - Sciascia, come noi, vive la sua morte soffrendo e ricordando. Però “Tutto mentiva, anche la memoria”. Solo il dolore non mente perché il piacere dipende dal dolore, la vita dalla morte, non viceversa: “Occorre che ci sia il diavolo perché l’acqua santa sia santa. Relazione irreversibile. Il tempo arretra, il rewind millenario è immediato: “Considera questo, Eutifrone: il santo viene amato dagli Dei in quanto è santo ovvero in quanto viene amato è santo?” (Platone, “Eutifrone”; XII). Ecco il tema fondamentale del dialogo fra il cavaliere, il diavolo e la morte, cui l’incisione di Dürer offre attori, voce e boccascena. E il conseguente interrogativo: il bene è tale in sé o prende consistenza ontologica in riferimento al male? La domanda può, ovviamente, essere invertita. Indecidibile relativismo etico e morale nel quale si agita la vita di tutti noi e quella del Vice - Sciascia.

Il personaggio possiede alcune delle caratteristiche che ciascuno vorrebbe trovare negli altri. Noi siamo certi di possedere tutte queste doti ad abundantiam: anche perché gli esami di coscienza si concludono in genere molto rapidamente: onestà, lealtà, attaccamento al dovere, amore per la giustizia. Soprattutto coerenza. Ma dov’è la coerenza del convertito?

Verità e menzogna infine si rivelano. Ma in un altro pensiero “…eterno e ineffabile, il pensiero della mente in cui la sua si era sciolta.” Ancora un’estrema conversione. Come l'ultimo pensiero del consigliere di Corte d'appello Ivan Il'ic: “È finita la morte – disse a se stesso – Non c'è più”. La versione di Sciascia è sancita nell’epitaffio inciso sulla tomba: "Ce ne ricorderemo, di questo pianeta". Con la morte dell’agnostico, del materialista, dell’ex comunista, la memoria riconquista il proprio ruolo nella vita e nella storia.

 

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